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Aggiornato: 1 ora 58 min fa

I giovani di Terra Santa verso il Sinodo, per “una Chiesa vicina ai poveri e aperta ai laici”. La paura della crescita dell’Islam politico

7 ore 43 min fa

“I giovani di Terra Santa desiderano una Chiesa meno burocratica, più misericordiosa e vicina ai poveri, credibile, dove ciò che viene insegnato si ritrovi nella vita dei loro pastori, vescovi e sacerdoti, ai quali chiedono coerenza di vita”.

Parte da Gerusalemme il cammino dei giovani di Giordania, Palestina, Israele e Cipro verso la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si svolgerà nell’ottobre del 2018.

Monsignor William Shomali

Nelle scorse settimane, nella città santa si è svolta l’Assemblea degli Ordinari cattolici dei quattro Paesi che compongono la diocesi del Patriarcato latino di Gerusalemme, durante la quale mons. William Shomali, vicario patriarcale per la Giordania e presidente della Commissione “Giovani”, ha presentato i risultati dei questionari inclusi nei Lineamenta del Sinodo la cui scadenza era fissata al 30 ottobre scorso.

Pastori credibili. “Dalla lettura dei questionari compilati, non molti in verità, e soprattutto dall’ascolto dei giovani durante diversi incontri organizzati ad hoc per il Sinodo – spiega mons. Shomali – sono emerse le principali domande come anche le grandi sfide e le opportunità dei giovani dei nostri Paesi. Un tema su cui hanno insistito molto è quello della testimonianza credibile dei pastori.

I giovani chiedono un clero preparato, capace di insegnare e di rispondere ai loro quesiti sulla vita e sulla fede.

Allo stesso tempo auspicano una maggiore apertura ai laici, quindi una più profonda collaborazione. Ma la Chiesa, ho ricordato loro – aggiunge il presule – non è solo il vescovo, il sacerdote, i religiosi o i diaconi, ma tutto il popolo di Dio che prega insieme, offre sacrifici spirituali e che aiuta nell’annuncio del Vangelo. La Chiesa non è una ong che si occupa di scuole, ospedali, ospizi ma è il popolo di Dio, radunato intorno a Gesù per pregare e per esercitare la carità. Questo è un punto che deve essere chiaro a tutti, anche ai nostri giovani”.

“Ricevere un insegnamento più profondo”, secondo il vescovo, è la risposta dei giovani cristiani “alla crescente radicalizzazione e alla diffusione dell’Islam politico che non poca preoccupazione suscitano soprattutto in Giordania”. Questo Paese, infatti, “risente più degli altri dei conflitti vicini, in Siria e in Iraq. Non mi riferisco alla minaccia dello Stato Islamico – sottolinea mons. Shomali – ma a una crescente mentalità fondamentalista con cui i nostri giovani si trovano a scontrarsi quando cercano lavoro o vanno all’università dove il proselitismo islamico è evidente. La loro richiesta di avere un insegnamento più profondo nasce proprio dal bisogno di essere più forti davanti all’emergere dell’Islam politico”.

Ma ci sono anche altre sfide a preoccupare i giovani di Terra Santa, che affondano le loro radici nel clima di tensione ultradecennale della Regione. Sfide che, ricorda il vicario patriarcale, rispondono al nome di “insicurezza politica, disoccupazione ed emigrazione all’estero. I giovani che abbiamo ascoltato sono ben coscienti che questi sono problemi che la Chiesa non può risolvere. Possiamo metterci al servizio dei più poveri e dei bisognosi, dare loro un’istruzione o aiutarli a trovare un lavoro, ma non abbiamo poteri straordinari. La verità è che se c’è pace la gente non ha bisogno della Chiesa per avere istruzione o un lavoro dignitoso. E se c’è pace e stabilità, nessuno pensa ad emigrare all’estero.

L’esodo ha effetti disastrosi per le comunità cristiane del Medio Oriente”.

Dai colloqui e dai questionari non sono emerse solo richieste e criticità ma anche “opportunità”. Tra tutte, dice mons. Shomali, “l’esistenza di un clero relativamente giovane, il contributo delle congregazioni religiose e l’alta religiosità dei fedeli” cui si aggiunge la consapevolezza dell’importanza della pastorale vocazionale. “Il Sinodo – ricorda il presule – mette tra i suoi temi anche quello del discernimento delle vocazioni. La famiglia, le scuole, le associazioni hanno un forte impatto sulle vocazioni che non sono solo alla vita consacrata ma anche al matrimonio”. A rappresentare al Sinodo i giovani di rito latino della Terra Santa ci sarà un giovane che, rivela mons. Shomali, “arriverà dai Paesi del Golfo. Con lui anche altri ma appartenenti ad altri riti orientali. Tutti chiederanno un’unica cosa:

la Chiesa sia credibile, decorosa, caritatevole. Perché con la carità il mondo può essere cambiato”.

Con la mente rivolta al Sinodo e lo sguardo alla Gmg di Panama (gennaio 2019): “Andremo alla Gmg ma con una delegazione ridotta rispetto a Cracovia. Non vogliamo fare turismo religioso ma un pellegrinaggio. Prepareremo i nostri giovani al meglio perché la Gmg possa darci ulteriori frutti di fede”.

La Commissione bicamerale sulle banche rischia di non arrivare alla verità

8 ore 30 min fa

Il risparmio e i comportamenti delle banche sono diventati, con gli anni, argomenti che muovono la sensibilità e l’orientamento dell’opinione pubblica. Fatto salvo il prelievo forzoso del 6xMille del ’92 e l’utilizzo dell’euro fisico dal 2002, in pochi altri momenti l’interesse collettivo si era concentrato su temi tutto sommato tecnici, meno masticati dei classici lavoro e pensioni.

La svolta – amara – è datata 2001/2002 quando circa 800mila famiglie si ritrovarono a dover inseguire i soldi persi con le obbligazioni Cirio e Repubblica Argentina. Allora si ragionava per Bot e per interessi sul conto corrente; si intuiva il rischio delle azioni, non quello dei bond societari e governativi.

Dal 2004, un movimento agli albori individuò nel “risparmiatore tradito” un buon bacino militante ed elettorale. Rubando la scena alle associazioni consumeristiche attive da anni. Si può fissare una data: il 16 gennaio del 2004, quando Beppe Grillo testimoniò all’autorità giudiziaria quanto si diceva in giro ben prima della caduta rovinosa di Parmalat (fine 2003). Fino ad allora la “cattiva finanza” non era stato un buon argomento politico.
Non deve stupire se oggi una Commissione bicamerale d’inchiesta, chiamata a lavorare a ridosso della fine legislatura, diventa un primo campo di battaglia delle Politiche 2018.
Con tutta la buona volontà iniziale, i quaranta senatori e deputati si ritrovano a ragionare per casacca, puntano al miglior ritorno d’immagine di partito e personale. Il presidente Pier Ferdinando Casini insiste nel mantenere il ruolo tecnico e il rispetto delle finalità. Sfilano in queste ore i potenti e gli ex potenti, ministri ed ex ministri, il Governatore della Banca d’Italia e le altre authority. Tutti sottoposti a domande anche scomode, spesso sotto giuramento. Si presentano gli imputati o gli indagati in inchieste recentissime. Lo spettacolo, pur con le tristi inquadrature fisse dell’Aula di Palazzo San Macuto e l’audio imperfetto, è assicurato. I lavori della Commissione (che hanno come matrice – lo ricordiamo – l’articolo 82 della Costituzione) non sono “Un giorno in Pretura” e nemmeno Tangentopoli. Nelle testimonianze alcune parti sono secretate, i giornalisti vanno ugualmente a nozze e in poche ore riescono a svelare gli omissis.

Il vulcano-banche di questi giorni non è solo la solita spettacolarizzazione dei media. Ha anche altre motivazioni: non ci sarà un giudizio completo perché i lavori si concluderanno con la legislatura quindi ben prima dei dodici mesi fissati a luglio.

La vittoria dell’una o dell’altra parte, di quella o quell’altra authority (Consob e Bankitalia si scambiano colpi bassi) viene decretata giorno per giorno. Titolo per titolo, telegiornale per telegiornale. Si vince richiamando l’attenzione degli italiani, non nel testo della relazione finale.
Più partiti stanno cercando di ampliare il perimetro e orientare il calendario delle audizioni per spingere l’indagine nella direzione voluta. Dai 5Stelle prevalentemente sul caso Banca Etruria, evidentemente indigesto al Pd che, a sua volta, ha voluto smarcarsi dal ruolo di Governo mettendo sulla graticola la possibile inefficienza di Bankitalia. Nel centrodestra la lettura critica degli ultimi anni si spinge fino alla crisi dello spread dell’autunno 2011 che concluse l’esperienza di Governo di Silvio Berlusconi. Costretta a dilatare i propri confini, la Commissione rischia di mancare la verifica delle tante motivazioni delle crisi bancarie che hanno prodotto danni alla collettività. Ora però si guarda meno ai salvadanai e molto più alle urne.

La salma di Vittorio Emanuele III rientra in Italia, ma nulla cambia nel giudizio storico e politico

8 ore 42 min fa

Ora continueranno a guardarsi, da un capo all’altro della pianura. Vittorio Emanuele nel santuario barocco di Vicoforte; e il suo più tenace e intelligente avversario, l’uomo di quell’altra Italia, a Cavour, nella tomba di famiglia. Giovanni Giolitti, l’unico di cui Mussolini aveva davvero paura (così si dice), avrebbe fatto tutto il contrario di quanto invece Vittorio Emanuele lasciò fare al Duce: la marcia su Roma, il colpo di Stato del 1925 dopo il delitto Matteotti; e poi la guerra d’Africa, le sanzioni, le infami leggi razziali e infine la guerra mondiale. Ma prima ancora il Savoia aveva accettato – o voluto – la madre di tutte le tragedie, la prima guerra mondiale, da cui l’Italia di Giolitti sarebbe rimasta sicuramente fuori (senza per questo santificare l’uomo di Dronero: lui aveva fatto la guerra di Libia, la sua politica era cinica e compromissoria; ma aveva il senso dello Stato, e una precisa visione del ruolo dell’Italia nell’Europa del suo tempo).

Il ritorno in Italia della salma del re e della regina Elena si deve alla lungimiranza politica, e alla “misericordia”, umana e cristiana, del Presidente della Repubblica, e sta nel segno della riconciliazione, dopo 70 anni.

Ma ovviamente non cambia nulla del giudizio storico e politico su un re che è stato comunque alla testa del Paese nel lungo traffico periodo della prima metà del ’900. Anche perché le scelte che fece direttamente dopo il 25 luglio (quando colse l’opportunità di liberarsi di Mussolini) sono forse ancora più drammatiche: nessun altro Paese al mondo ha avuto l’8 settembre 1943, la guerra civile e la fuga da Brindisi. In tempi recenti l’unico che tentò di scappare fu Luigi XVI di Francia: ma venne riacciuffato, come si sa, a Varennes. Ancor più pesa l’ultimo periodo: malgrado tutto Vittorio Emanuele non abdicò fino al 9 maggio 1946, quasi mille giorni dopo l’8 settembre, lasciando al figlio di gestire solo la fine della monarchia.

Dibattere sulla “memoria” e sul destino d’Italia partendo dalla figura e dal giudizio storico su Vittorio Emanuele III sarebbe, più che perverso, inutile:

dopo il cambiamento della Costituzione nel 2002 il problema delle sepolture di Casa Savoia è più una questione di famiglia che un affare di Stato; e come tale è stato gestito con intelligenza e sensibilità da Maria Gabriella. Anche se, evidentemente, la tumulazione del re al Pantheon è fuori discussione. E Vicoforte rimane una soluzione migliore della basilica torinese di Superga, che accoglie soprattutto sepolture dei rami cadetti di Casa Savoia – anche se c’è, notevole eccezione, la tomba di Carlo Alberto.
Certo, da un capo all’altro della pianura il re e Giolitti continueranno a “guardarsi”: diffidando reciprocamente, e continuando – forse – a non capirsi.

In Cile torna al potere la destra liberale di Piñera

8 ore 43 min fa

La destra liberale torna al potere in Cile, e la svolta è un segnale per tutto il Sudamerica. Il ballottaggio di ieri ha sancito la vittoria, piuttosto netta, di Sebastián Piñera (ha ottenuto il 55,57 per cento dei voti), che torna così al palazzo della Moneda, dopo aver già guidato il paese dal 2010 al 2014. Un’affermazione che avvicina politicamente il Cile all’Argentina di Macri e conferma il periodo nero della Sinistra latinoamericana. Si vedrà se la tendenza proseguirà anche nel 2018, quando si voterà per le elezioni legislative e presidenziali in Brasile, Colombia, Messico e Paraguay, oltre che nel martoriato Venezuela. Già dopo il primo turno era parso evidente il vantaggio di Piñera (attestatosi al 36%) sul candidato socialista Alejandro Guiller, che si era fermato al 22% ed era stato insidiato fino all’ultimo dalla sorprendente Beatriz Sánchez, candidata del Frente Amplio, altra lista di sinistra sorta dai movimenti studenteschi del 2011. In teoria, una saldatura al ballottaggio tra i voti delle due sinistre avrebbe avvicinato Guiller alla vittoria. Ma in politica non sempre due più due fa quattro. E non è bastata la dichiarazione pro Guiller della stessa Sánchez, che aveva coronato un certo avvicinamento nelle ultime settimane. Così, a Guiller sono mancati oltre 600mila voti per completare la rimonta.

Promesse difficili da mantenere. La strada per Piñera non è comunque in discesa, anche perché sa già di non poter contare su una sua maggioranza in Parlamento. “Dovrà dimostrare immediatamente la sua lealtà nel mantenere le promesse, soprattutto alcune che sono state aggiunte al suo programma a causa di pressioni politiche – spiega al Sir Sergio Micco Aguayo, docente in Filosofia e Scienza della politica all’Universidad de Chile di Santiago -. È il caso dell’implementazione di sussidi gratuiti, o la creazione di un sistema pensionistico statale. Questo però dovrà essere realizzato senza spaventare gli imprenditori e il suo elettorato di riferimento. Ma se non ci riuscirà, sarà chiamato ad affrontare l’opposizione dei movimenti sociali, come accaduto nel 2011”.

Non tornano i fantasmi del passato. L’affermazione della destra in un paese come il Cile rischia sempre di evocare fantasmi del passato e la stagione della dittatura Pinochet. Tanto più che al ballottaggio sono stati probabilmente importanti per il vincitore i voti ottenuti che al primo turno erano andati a José Antonio Kast, indipendente di destra e ammiratore dichiarato dell’ex dittatore. “In occasione del primo mandato di Piñera molti erano preoccupati, erano riapparsi i fantasmi di Pinochet. Invece non è successo granché – rassicura però da Santiago del Cile il veneziano Giovanni Agostinis, docente in Relazioni internazionali all’Università Cattolica del Cile -. È probabile che accada anche stavolta,

Piñera è un conservatore ma anche un liberale, ed è anche un politico furbo e accorto.

Non farà stravolgimenti”. E questo vale anche per la politica estera: “Il Cile – prosegue Agostinis – ha una politica estera piuttosto stabile nel tempo, con interessi strategici persistenti, che non cambiano in caso di avvicendamenti al vertice. Ora la priorità è implementare l’Alianza del Pacifico, l’area di libero scambio che coinvolge le maggiori economie di mercato dell’America Latina – oltre al Cile Perù, Colombia e Messico – con un occhio di riguardo per i mercati asiatici”.

Un paese diviso e rassegnato. Piuttosto, le sfide più grandi per Piñera saranno quelle di riunificare un paese diviso e di sconfiggere l’attuale rassegnazione e sfiducia che sembra pervadere i cittadini cileni, che anche ieri si sono astenuti in gran numero (ha votato il 49 per cento, il 3 per cento in più rispetto al primo turno). Spiega ancora Micco: “Nell’esperienza cilena spesso i presidenti della Repubblica hanno avuto un ruolo di moderazione del conflitto politico. Ad esempio, Pedro Aguirre Cerda o Patricio Aylwin hanno dimostrato che un Capo di Stato può andare al di là dei legittimi interessi ed ideali espressi dai loro partiti, tendendo la mano anche alle opposizioni più dure. Nell’attuale contesto, nel quale la composizione del Congresso emerso dalle elezioni del mese scorso non ha espresso una chiara maggioranza, si rafforza l’idea di un accordo tra Governo ed opposizione. Tuttavia,

ci sono tre elementi preoccupanti: l’astensione resta superiore al 50%, nonostante questa mancanza di partecipazione sia stata esplicitamente combattuta; l’assenza nei partiti di solidi programmi; un Congresso che non è rappresentativo di circa metà dell’elettorato, nonostante sia stata introdotta una legge proporzionale, sistema che solitamente favorisce la partecipazione”.

Ma ci sono anche aspetti positivi: “Un’elezione combattuta senza alcun accenno di violenza fisica, che onora i cileni; un Congresso composto da un numero maggiore giovani e donne e un sistema elettorale irreprensibile nella sua applicazione”. Conclude Agostinis: “Il voto ha fatto emergere una certa disaffezione, però in Cile l’alto livello di astensione è cronico. Un fenomeno probabilmente legato all’incapacità della politica di risolvere il problema delle forte diseguaglianza sociale. Il Cile è forse il paese più ricco del Sudamerica, l’indigenza è quasi debellata, ma le diseguaglianze mostruose, la vera ricchezza è concentrata in poche mani”.