Nuovi Eventi

Ore 11:00 a Roma
Approfondimento sul decreto legislativo n. 61 del 13/04/2017 pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 16/05/2017

Presso la sede nazionale di Confartigianato in Via San Giovanni In Laterano 152
31/05/2017

I nostri centri di formazione

Centri di formazione presenti: 564

Agensir

Abbonamento a feed Agensir
Servizio Informazione Religiosa
Aggiornato: 1 ora 54 min fa

Pope Francis to Italian bishops: a meditation marked by Synodal breath and pace  

4 ore 5 min fa

Pope Francis did not read the “meditation” meant to open the 70th CEI General Assembly. He said he had written it as a service to help the Conference “progress and deliver more fruits”. He prepared it to be read and reflected upon by every bishop at the end of the meeting. After a few remarks in which he thanked Cardinal Bagnasco, followed by an exhortation to undertake sincere and open dialogue, the Holy Father introduced a dynamics whereby “synodal breath and pace reveal what we are along with the dynamism of communion that animates our decisions.” In reading the meditation we are about to comment upon, it’s important to bear in mind the gesture called upon by Francis, namely:

a step of collegiality, being open to listen to the brothers in the episcopate, including “unpleasant opinions.”  

We ought to acknowledge the Holy Father’s joyful mood and his faith in the Spirit, as he invites the bishops to speak out before handing them the text of his speech.
The address, or meditation, is divided into five invocations to the Holy Spirit. In the first invocation he asks the Spirit to donate the primary gift, which consists – the Pope wrote – in “convening in unum, willing to share time, moments of listening, creativity and consolation”.
Within this spiritual realm of collegiality ushered in by Francis, which he invites to replicate in every particular Church, we find the second invocation to the Holy Spirit, aimed at illuminating our hearts. The “gentle persuader of the interior man” is invoked to “visit” his Church. Here the Pope invites to meditate on the Letter to the Seven Churches in Revelation, which he describes as “the great book of Christian hope”, consisting in are a set of points for pastoral examination of conscience, with the gaze aimed at discerning what the Spirit “wants to cure” in his Church.

The purpose of reproaches, said the Holy Father, is never to depress us or linger over, since “they are born of love and lead to love.”  

The tone of Revelation is extremely appropriate, for it incorporates the wisdom that mixes “sweetness-saltness-sweetness.” Two quotations – one from Paul VI’s address at the opening of the second session of the Second Vatican Council, and another by D. Bonhoeffer – embrace all that needs to be purified with deep hope. With Paul VI the Pope restores to the Assembly “the love, the freshness and the enthusiasm” of Vatican II as a foundation that is near, whence can be recovered the consolation of the original love, which the Church of Ephesus made us dampen. Quoting from Lutheran martyr Bonhoeffer and his appeal not to relinquish a grace given to us at “dear price” with attitudes of “compromise, calculated indecision and the snare of ambiguity”, the Pope exhorts the Italian Church to let herself be “shaken, purified and consoled.”

Along the way we are exposed to the temptation of “tiredness”, of “spiritual worldliness”, of the lack of “concreteness”, of “appearance”, to which the Spirit responds with “God’s surprising initiative”, through “God’s gaze present in so many humiliated brothers”, through “Jesus’ feelings and (concrete) gestures”, and through Christian coherence.

The dynamics of the meditation place these temptations and graces under the action of the Spirit. To the Holy Spirit the Pope addresses his supplication: “Wash away whatever is sordid, soak whatever is arid, heal whatever bleeds. Bend whatever is rigid, warm whatever is cold, straighten whatever has drifted.” 
The last two graces asked by the Pope, that he calls upon the shepherds to ask, are the grace of discernment and the grace of pastoral charity. The Pope highlights the discernment of the “time of grace”  (kairos) that we are living, which the bishops “have the responsibility to recognize, to receive and to second with docility.” The invitation to pastoral charity to “feed the Church of God” with the “compassion of the merciful Father” and with “a strong and generous spirit” appeals to the intercession of Pope Francis’ beloved Saint Therese of the Child Jesus, who said: “love alone makes the members of the Church act.” For himself, the Holy Father asks to pray, as always, to accomplish his mission “in full” “with you and for you.” 
The meditation ends with a final invocation to the Spirit: ““Come, Holy Spirit. Give us virtue and reward, give us a holy death, give us eternal joy.” Amen.
 A speech, which although meant for a later moment, turned into an intimate form of meditation at the end of a close, “involving” encounter, whereby the election of the new President of the Italian Bishops’ Conference (CEI) must be lived as a “sign of love for the Holy Mother Church, a love lived out with spiritual and pastoral discernment, according to a synthesis which in itself is a gift of the Spirit.”

 

Attentato a Manchester. I leader religiosi: “L’oscurità del male non ci travolgerà”

6 ore 26 min fa

Ha il volto giovane dei bambini e dei teenager l’ultimo terribile attacco terroristico in Europa. Erano da poco passate le 22 e 30 di ieri sera ed era da poco finito nell’arena di Manchester un concerto di Ariana Grande, pop star americana amata soprattutto dai giovanissimi, quando un boato sordo e terribile scatena il panico fra gli spettatori. 22 le vite spezzate da una bomba imbottita di chiodi e schegge metalliche. 60 i feriti. Tra le vittime del kamikaze purtroppo finiscono anche molti bambini. La premier britannica Theresa May parla alla nazione da Downing Street, prima di recarsi a Manchester nel pomeriggio.

“Molti feriti dell’attentato sono in condizioni disperate e stanno lottando tra la vita e la morte”. La polizia conosce l’identità dell’attentatore, ma a questo punto delle indagini gli inquirenti non possono rivelarla. “È stato l’attacco più disgustoso e vigliacco, contro persone innocenti e giovani indifesi, con l’obiettivo di fare più vittime possibile”, dice ancora la premier May. “Avremo giorni difficili davanti a noi. Ma a Manchester, assieme al peggio, l’umanità ha mostrato anche il suo meglio. I terroristi non vinceranno mai. I nostri valori prevarranno sempre”.

Papa Francesco si è detto “profondamente rattristato per i feriti e la tragica perdita di vite causate dal barbaro attentato”, ed ha espresso la sua “profonda solidarietà con tutti coloro che sono stati colpiti da questo insensato atto di violenza”. Nel telegramma, il Papa loda “gli sforzi generosi del personale di emergenza e di sicurezza” e assicura la sua preghiera “per i feriti e per tutti coloro che sono morti”, in particolare “per i bambini e i giovani che hanno perso la loro vita, e per le loro famiglie che sono nel lutto”.

Immediate le parole di dolore e cordoglio per le vittime dei leader religiosi. Il cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, invita in un comunicato il Paese a rimanere “unito di fronte al male” e in una lettera al vescovo cattolico di Manchester scrive: “Possa Dio concedere forza e fede a tutti coloro che hanno perso un familiare, ai feriti e alle persone che sono rimaste traumatizzate. Possa Dio accogliere nella sua Misericordia tutti coloro che sono stati uccisi.Possa Dio convertire i cuori di tutti coloro che commettono il male e far loro capire il suo desiderio e le sue intenzioni per l’umanità”. “Attacchi di questo tipo non hanno alcuna giustificazione”, dice il vescovo cattolico John Arnold, che guida la diocesi di Salford, della quale fa parte la città di Manchester. “Ci uniamo in preghiera per tutti coloro che sono morti e anche per i feriti e le loro famiglie e chiunque è stato coinvolto in questa tragedia”. “Dobbiamo tutti impegnarci – aggiunge il vescovo – a lavorare insieme, in ogni modo possibile, per aiutare le vittime e le loro famiglie a costruire e rafforzare la solidarietà che tiene insieme la nostra comunità”. Il vescovo anglicano di Manchester, David Walker, ricorda anche come “molte vite saranno stravolte per sempre da questa tragedia” e spiega come “la rabbia provata quando capitano fatti così tragici va trasformata in una forza per il bene”. Sulla stessa lunghezza d’onda il pensiero dell’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby: “Eroica Manchester, l’oscurità del male non ti travolgerà. Preghiamo per coloro che sono nel dolore e nella dura prova della perdita e per coloro che ci proteggono”.

Heroic Manchester, dark evil cannot overcome it. We pray for those in sorrow on the hard journey of loss & pain, & for those who protect us

— Justin Welby ن (@JustinWelby) May 23, 2017

Quello di Manchester è il peggiore attacco terroristico su suolo britannico dal 7 luglio del 2005, quando a Londra quattro bombe piazzate da Al Qaeda su mezzi del trasporto pubblico uccisero 56 persone, compresi i 4 kamikaze, e ne ferirono 700. Sono invece passati due mesi da quando il 22 marzo scorso un’auto ha investito una dozzina di passanti sul ponte di Westminster, a pochi metri dal Parlamento britannico, e poi l’assalitore è sceso ed ha attaccato un poliziotto di guardia all’entrata dell’edificio. Welby scrive: “Abbiamo affrontato attacchi terroristici prima e questo ultimo non ci sconfiggerà”.

Anche la comunità islamica inglese si è unito nel dolore con tutto il Paese. “I miei pensieri e le mie preghiere sono con le vittime e le loro famiglie”, scrive Harun Khan, segretario generale del Consiglio musulmano britannico. “Ho saputo che ad essere colpiti da ciò che la polizia ha confermato essere un attacco terroristico sono stati adolescenti e bambini. Questo è orribile, questo è criminale. Che gli attentatori affrontino il pieno peso della giustizia sia in questa vita che in quella successiva”. Il presidente del World Jewish Congress (WJC) Ronald S. Lauder invita all’unità. “Il mondo deve essere unito per rispondere e sconfiggere la piaga del terrorismo. Le nostre libertà e il nostro stile di vita devono trionfare”.

Solidarietà al popolo inglese è stata espressa anche da alcune Conferenze episcopali europee. Immediata la reazione dei vescovi francesi. Il segretario generale, mons. Olivier Ribadeau Dumas, scrive: “Condanniamo e condanneremo sempre la violenza e l’odio. Ci battiamo e ci batteremo sempre per la pace”. Dolore e shock sono stati espressi anche dal presidente dei vescovi irlandesi, mons. Eamon Martin.

Da Bruxelles, a nome della comunità politica europea, prende la parola il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker che assicura l’Inghilterra: occorre lavorare “accanto a voi per combattere contro coloro che cercano di distruggere il nostro modo di vivere. Essi sottovalutano la nostra e la vostra resilienza.“Questi attacchi codardi, invece, rafforzeranno solo il nostro impegno a lavorare insieme per sconfiggere gli autori di tali atti vili”.

Vescovi belgi su eutanasia: “Se si oltrepassa il limite, miniamo le basi stesse della nostra civiltà”

7 ore 7 min fa

“Vogliamo come vescovi ripetere quanto già abbiamo detto a proposito dell’eutanasia”. “Non possiamo essere d’accordo sul fatto che essa sia praticata nei pazienti psichici che non sono in fase terminale”. “C’è un limite e un divieto che sono applicati sin dalle origini del vivere insieme degli uomini. Se noi tocchiamo questo limite, miniamo le basi stesse della nostra civiltà. Questo è il motivo per cui chiediamo la massima moderazione e un dialogo costante su questi temi”. Prendono la parola i vescovi del Belgio dopo la bufera che si è scatenata nei giorni scorsi a seguito di una dichiarazione pubblicata il 25 aprile dalla branca fiamminga della Congregazione religiosa dei Fratelli della carità, nella quale si annunciava di prendere “seriamente in considerazione la sofferenza insopportabile e disperata dei nostri pazienti, così come le loro richieste di eutanasia”.

La dichiarazione è stata letta da più parti come una apertura della Chiesa cattolica all’eutanasia. Ma da Roma, dove è residente, il superiore generale della congregazione dei Fratelli della carità, fratel René Stockman, intervistato dall’olandese Katholiek Nieuwsblad, nega che la decisione presa dai Fratelli della Carità nelle Fiandre sia in linea con la Congregazione. E chiarisce: “Disapprovo completamente questa decisione. È incompatibile con la visione della nostra congregazione. Il rispetto dell’inviolabilità dell’essere umano è di importanza capitale; noi consideriamo questa inviolabilità come assoluta”.

L’eutanasia in Belgio è legale dal 2002 e nel febbraio del 2014 fu estesa anche ai minori facendo del Belgio il secondo Paese europeo, dopo i Paesi Bassi, ad autorizzare questa via. Oggi in Belgio si contano duemila casi di eutanasia ogni anno, pari al 2% dei decessi. La legge si è progressivamente aperta consentendo l’eutanasia a casi di malattie non necessariamente terminali. I media hanno parlato ampiamente di casi di eutanasia piuttosto sorprendenti, come l’eutanasia di persone con cecità incipiente, Alzheimer nella fase iniziale, persone stanche di vivere, delinquenti sessuali, persone sofferenti per l’età avanzata e per solitudine. Il Paese ha visto un numero consistente di persone malate di depressione chiedere l’eutanasia (65 casi in un anno) e il numero delle persone che hanno beneficiato della “dolce morte” è raddoppiata tra il 2008 e il 2013.

L’ultima frontiera è quella sui pazienti psichici non in fase terminale e la Dichiarazione dei Fratelli della Carità ha posto l’accento su un terreno particolarmente caldo, suscitando reazioni diverse. Per questo, spiega al Sir padre Tommy Scholtes, portavoce della Conferenza episcopale del Belgio, i vescovi hanno ritenuto necessario pubblicare una nota ufficiale per chiarire quanto da sempre affermato e cioè che “l’eutanasia non è la scelta della Chiesa. La scelta della Chiesa sono le cure palliative. Non ci sono ragioni che possano condurre alla eutanasia i malati psichici anche se si trovano al termine di ogni trattamento possibile”.

Padre Scholtes spiega che in Belgio l’eutanasia è autorizzata dalla legge, per ragioni sia di fine di vita ma anche per casi di sofferenze anche psicologiche insopportabili. Una via che la Chiesa non può accettare in nessun caso. E visto che nel Paese sono molti gli ospedali e case di cura gestite da congregazioni religiose, il portavoce dei vescovi belgi rivendica “la libertà di coscienza” per tutti i cittadini e “l’obiezione di coscienza” dei medici che “permette loro di opporsi ad una richiesta”.

“Il nostro punto di vista – spiegano i vescovi nella nota – non significa che vogliamo abbandonare la persona nella sofferenza. Siamo coscienti che la sofferenza psichica può essere immensa e che una persona può trovarsi totalmente disperata e senza prospettive. Ma è proprio in questa situazione che dobbiamo rimanerle vicino e non abbandonarla”. Nella nota viene auspicato un più accurato ricorso alle cure palliative.

La questione eutanasia apre a una serie di “domande fondamentali” sulla vita e sulla società. Sono interrogativi – sottolineano i vescovi – che attraversano non solo le Chiese cristiane ma “sono oggetto di un dibattito pubblico”: “che cosa ci rende umani? che cosa costituisce una società umana? Cosa serve veramente il progresso?”. E concludono invitando tutti alla moderazione e al prosieguo di un dialogo serio su temi delicati come l’eutanasia e il fine vita.

Papa Francesco ai vescovi italiani: una meditazione con respiro e passo sinodale

7 ore 26 min fa

Papa Francesco non ha letto la “meditazione” che aveva preparato per introdurre i lavori della 70a Assemblea generale della Cei. Ha detto che l’aveva scritta come un servizio per aiutare la Conferenza “ad andare avanti e così dare più frutti” e l’ha consegnata perché ciascun vescovo la ricevesse e la meditasse al termine dell’incontro. Dopo alcune parole di ringraziamento al cardinale Bagnasco e un’esortazione ad un dialogo sincero e aperto, il Santo Padre ha introdotto una dinamica in cui “respiro e passo sinodale rivelano ciò che siamo e il dinamismo di comunione che anima le nostre decisioni”.
Nel leggere la meditazione che ci accingiamo a commentare, è importante tenere conto di questo gesto di Francesco di compiere

un passo di collegialità ponendosi all’ascolto dei suoi fratelli nell’episcopato, anche “disposto a sentire opinioni non piacevoli”.

Occorre riconoscere la sua buona dose di buonumore e di fiducia nello Spirito, nell’invitare i vescovi a parlare prima di consegnare loro da leggere quello che aveva pensato di dire.
Il discorso o meditazione si articola ritmato in cinque invocazioni allo Spirito Santo.
Nell’invocazione iniziale chiede allo Spirito il suo dono primario che consiste – dice il Papa – nel “convenire in unum, disponibili a condividere tempo, ascolto, creatività e consolazione”.
In questo ambito spirituale della collegialità a cui ci apre Francesco e che invita a riprodurre in ogni Chiesa particolare, pronuncia la seconda invocazione allo Spirito Santo, che mira a illuminare i cuori. Il “soave persuasore dell’uomo interiore” è invocato affinché “visiti” la sua Chiesa. Il Papa propone qui, come materia di meditazione, la lettura delle Lettere alle sette Chiese dell’Apocalisse, che definisce come “il grande libro della speranza cristiana”. Si tratta di punti per un esame di coscienza pastorale con lo sguardo puntato a discernere “cosa vuole curare” lo Spirito nella sua Chiesa.

I rimproveri, dice il Santo Padre, non sono per deprimersi o soffermarvisi: “nascono dall’amore e all’amore conducono”.

Il tono dell’Apocalisse è molto appropriato perché ha quella sapienza che mescola “dolce-salato-dolce”.
Due citazioni – una di Paolo VI, all’inizio della seconda sessione del Concilio Vaticano II, e un’altra di D. Bonhoeffer – abbracciano con grande speranza ciò che deve essere purificato. Con Paolo VI, il Papa restituisce all’Assemblea “l’amore, la freschezza e l’entusiasmo” del Concilio Vaticano II come un’origine vicina dove recuperare la consolazione dell’amore primario, quello che la Chiesa di Efeso ha lasciato raffreddare. Con il martire luterano Bonhoeffer e il suo appello a non lasciare cadere una grazia che ci è stata data “a caro prezzo” con atteggiamenti di “compromesso, indecisione calcolata e l’insidia dell’ambiguità”, il Papa esorta la Chiesa italiana a lasciarsi “scuotere, purificare e consolare”.

In mezzo ci sono le tentazioni della “stanchezza”, della “mondanità spirituale”, della mancanza di “concretezza” e dell’”apparenza”, a cui lo Spirito oppone la “sorprendente iniziativa di Dio”, lo “sguardo del Signore presente in tanti fratelli umiliati”, i “sentimenti e i gesti (concreti) di Gesù” e la coerenza cristiana.

La dinamica della meditazione colloca queste tentazioni e queste grazie sotto l’azione dello Spirito, a cui il Papa rivolge la supplica: “Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato”.
Le ultime due grazie che il Papa chiede e fa chiedere ai pastori sono la grazia del discernimento e la grazia della carità pastorale. Il discernimento del “tempo di grazia” (kairos) che stiamo vivendo. In questo i vescovi hanno la “responsabilità di riconoscerlo, accettarlo e assecondarlo con docilità”. L’invito a questa carità pastorale per “pascere la Chiesa di Dio” con la “compassione del Padre misericordioso” e con un “animo forte e generoso” fa appello all’intercessione di santa Teresa del Bambino Gesù, che Papa Francesco tanto ama, e che affermava: “Solo l’amore fa agire le membra della Chiesa”.
Per se stesso, il Santo Padre chiede la preghiera, come sempre, per poter sviluppare “con voi e per voi” la sua missione “fino in fondo”.
La meditazione si conclude con un’ultima invocazione allo Spirito: “Vieni, Santo Spirito. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”. Amen.
Un discorso che, pur essendo stato consegnato per più tardi, si è convertito in una meditazione intima, al termine di un incontro ravvicinato e “coinvolgente”, in cui l’elezione del nuovo presidente della Cei va vissuta come “un segno d’amore alla Santa Madre Chiesa, amore vissuto con discernimento spirituale e pastorale, secondo una sintesi che è anch’essa dono dello Spirito”.

L’eredità del card. Bagnasco: missione della Chiesa, giovani, famiglia, poveri, sofferenti e sacerdoti

8 ore 46 min fa

“Insieme abbiamo camminato e parlato alle nostre comunità e al Paese”. “Noi, insieme, continueremo a dire con umile audacia: debole è la nostra voce, ma fa eco a quella dei secoli”. Il bilancio di un decennio alla guida della Chiesa italiana sta in queste due frasi, pronunciate all’inizio e alla fine della prolusione con cui il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto la seconda giornata dell’Assemblea dei vescovi italiani, in corso in Vaticano. Parola chiave: la prossimità alla gente. Numerosi gli applausi che hanno scandito la lettura della prolusione: per il ricordo del cardinale Attilio Nicora, recentemente scomparso, per le parole di stima verso i giovani e per quelle finali di gratitudine per i sacerdoti, con i vescovi in piedi ad applaudirlo e lui che non riusciva a finire di leggere per la commozione. L’ultima prolusione in qualità di presidente della Cei – pronunciata subito prima dell’elezione della terna di nomi da consegnare al Papa per la scelta del suo successore – diventa così l’occasione per fare un bilancio del decennio, rivolgendosi direttamente alle famiglie, ai giovani, ai poveri, ai migranti, ai sacerdoti.

“La vicinanza alle persone ci ha permesso di conoscerne la vita reale e di dar voce a speranze, preoccupazioni e dolori del popolo”,

dice il cardinale spiegando il senso della prossimità come cifra dello stile pastorale della Chiesa italiana. Una prossimità che ha consentito perfino di anticipare gli eventi, come quando nel 2007 i “pacchi viveri” diventavano già il segnale della grande crisi.

Dopo la segnalazione dell’emergenza educativa, rilanciata nel Convegno di Firenze, Bagnasco traccia un ritratto dei vescovi sempre attenti alle dinamiche delle nostre comunità e del vivere sociale e denuncia la metamorfosi antropologica sempre più grave, che mette a rischio la sopravvivenza del nostro Continente grazie al prevalere dell’“io” sul “noi”.

In tutta Europa, inoltre, è presente un marcato populismo, interprete di una democrazia solo apparente, ma che “non può essere snobbato con sufficienza: va considerato con intelligenza, se non altro perché raccoglie sentimenti diffusi che non nascono sempre da preconcetti, ma da disagi reali e, a volte, pure gravi”.

“Non è possibile che le politiche familiari siano sempre nel segno di piccoli rimedi, quando sono necessarie cure radicali”. Come ha fatto a più riprese in questo decennio, Bagnasco stigmatizza ancora una volta la caduta libera della demografia, primo problema dell’Italia insieme al dramma della disoccupazione. Tempi così nuovi e così drammatici richiedono nuove soluzioni per

“non arrendersi alle logiche inique di un’economia scivolata nella finanza”.

Con le Settimane Sociali, annuncia il cardinale riferendosi all’appuntamento in programma a fine ottobre a Cagliari, la Chiesa italiana ha individuato più di 300 buone pratiche in materia di lavoro, da cui sta nascendo una nuova proposta per l’Italia e per l’Europa.

“Sollecitare le nostre comunità affinché facciano spazio ai ragazzi e ai giovani”.

È lo scopo di questa Assemblea, spiega Bagnasco: bisogna favorire un ponte tra generazioni. Poi il cardinale si rivolge direttamente ai giovani, ricevendo gli applausi dei suoi confratelli: “È voce, la nostra, che resta spesso inascoltata, ma noi continueremo a parlare. Ricordate: la Chiesa vi è vicina e vi vuole bene, vuole il vostro bene”.

Parole di ammirazione e di affetto anche per la famiglia, e la consegna: “Siate la risposta concreta e alternativa all’individualismo radicale che respiriamo, e che spinge a vivere isolati gli uni dagli altri in nome di una autonomia che ci distrugge”. Le famiglie, sul piano sociale – si sentono abbandonate, il grido d’allarme, insieme a quello nei confronti delle derive antropologiche:

“Sono urgenti politiche familiari consistenti nelle risorse e semplici nelle condizioni e nelle regole. Non sostenere la famiglia è suicida”.

Altro appello, quello per il sostegno alla scuola paritaria, puntualmente messo in discussione da un pregiudizio ideologico: cadono i muri nella laica Europa, mentre in Italia sembra non valere nemmeno il criterio dell’investimento, che consente allo Stato di risparmiare ogni anno ben 6 miliardi di euro.

In questi lunghissimi e duri anni di crisi, la povertà è cresciuta, insieme alle disuguaglianze e alla disoccupazione. Bagnasco si rivolge direttamente ai poveri per ricordare la lunga e consolidata tradizione di presenza e di intervento per aiutare a fronteggiare la crisi, a partire dalle “reti virtuose” delle parrocchie, delle associazioni, dei volontari, attraverso le Caritas, gli Uffici per i migranti, la pastorale del lavoro e della salute, i volontari. Ai migranti, altri interlocutori diretti della prolusione, è rivolta la campagna “Liberi di partire, liberi di restare”.

“Noi apparteniamo a voi come voi appartenete a noi”.

Sono le parole di gratitudine e di affetto, dedicate ai sacerdoti, con cui il cardinale apre l’ultima parte dell’ultima sua prolusione da presidente della Cei. Ancora una volta, la prossimità: “Continuate a starci vicini, così come noi desideriamo con voi, e aiutateci ad esservi padri e pastori”. Nonostante l’uomo occidentale, confuso e smarrito, e la sua coscienza distratta, “è l’alba del risveglio”, la tesi del cardinale.
“Concludo questi dieci anni con un profondo e commosso ringraziamento a ciascuno di voi: abbiamo camminato insieme, arricchendoci vicendevolmente”, il congedo: “Sempre più uniti, abbiamo compiuto la traversata a cui l’ora ci chiamava”.

Stragi Capaci e via d’Amelio. Don Rattoballi: “Una ferita ancora aperta e tanto cammino da fare per vincere la mafia”

11 ore 6 min fa

Ci sono date che segnano un prima e un dopo. Ci sono date che non si possono dimenticare. Ci sono date che consegnano alla storia delle persone che hanno creduto nello Stato, nella giustizia, nell’onestà e sono diventate simboli di un riscatto, che, però, non è mai compiuto del tutto, ma che chiede ogni giorno nuovo impegno perché la mafia è davvero una piovra tentacolare sempre pronta a riemergere, approfittando delle difficoltà in cui si dibatte la società, acuite dalla crisi. Il 23 maggio e il 19 luglio 1992 sono date che nessuno può dimenticare: nella prima avvenne la strage di Capaci, nella quale furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari; nella seconda la strage di via d’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. A ricordare al Sir quei tragici eventi è don Cesare Rattoballi, parroco dell’Annunciazione del Signore a Palermo, cugino dell’agente Vito Schifani e amico della famiglia Borsellino.

Don Cesare, sono passati venticinque anni dalla morte di Falcone e Borsellino: è una ferita ancora aperta?

La morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino è stata una ferita non solo per la Sicilia, ma per tutta l’Italia e non solo. Mi ricordo che quando venne in Italia il responsabile della Cia, che era amico di Falcone, disse che con la sua morte c’era stata una grande perdita a livello internazionale.

E, oggi, dopo venticinque anni, è ancora una ferita dolorosissima per tutti”.

I due giudici sono diventati un simbolo di riscatto…

Dopo la morte di Falcone a Palermo si sono organizzate tantissime manifestazioni e sono nate tante realtà, come il Comitato dei lenzuoli. Questo processo di risveglio delle coscienze è stato ancora più forte dopo la strage di via d’Amelio, in cui persero la vita il giudice Borsellino e la sua scorta. Non a caso, ogni anno in occasione dell’anniversario della strage di Capaci arriva una nave o un treno di ragazzi che vengono a ricordare quanto è accaduto ma anche a proporre un discorso di legalità.

Qual è, allora, l’eredita lasciata da Falcone e Borsellino? Quanto è cambiata la società da allora?

Per cambiare una società ci vuole tempo. Quello che è stato fatto finora è bene, però bisogna insistere con una cultura nuova della legalità da diffondere in tutti gli ambienti. Sembrerebbe quasi che la legalità venga portata solo nelle scuole, mentre non abbia raggiunto il livello politico e amministrativo, perché scopriamo che vengono indagate per mazzette persone insospettabili. C’è un problema: se, da un lato, la gente ha recepito questa voglia di cambiamento e di legalità, in ambiti amministrativi o di governo, nella società civile e in certi ambienti produttivi ancora questo cambiamento non è stato accolto del tutto, perché vediamo ancora queste smagliature, questi sfilacciamenti. Ma le ombre non devono farci dimenticare le tante realtà che si sono messe a operare nel sociale e nel civile per il bene comune, come pure ci sono nella politica e nella magistratura persone veramente eccellenti. Eppure, non basta.

Cosa è necessario?

È un discorso più globale. Ci sarebbero anche delle leggi da fare, bisognerebbe promuovere la famiglia, il lavoro perché lo Stato molto spesso si dimentica delle periferie e delle famiglie che non hanno lavoro. Bisognerebbe tenere impegnati i padri e le madri di famiglia per evitare che siano tentati di imboccare le scorciatoie della delinquenza, che poi aprono le porte alla criminalità di stampo mafioso. Dobbiamo ancora insistere: abbiamo un’importante eredità, abbiamo la testimonianza viva di questi due magistrati, insieme agli uomini di scorta, ma la situazione è molto complessa. Non è tutto o bianco o nero.

Che ricordo ha di suo cugino Vito?

Era un ragazzo molto sportivo, spensierato, allegro, aveva realizzato il suo sogno: si era sposato e aveva un bimbo di quattro mesi. Vito avrebbe dovuto prendere servizio presso la Polizia di Stato come pilota di elicotteri perché aveva vinto il concorso interno e doveva essere trasferito a Roma ai primi di giugno. Ci è stato strappato con crudele violenza.

Venticinque anni fa, durante i funerali, colpirono moltissimo le parole che pronunciò la moglie di Vito, Rosaria Costa, rivolgendosi ai mafiosi: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare…”. Quell’appello alla conversione ha sortito qualche effetto?

Queste parole, che davvero hanno fatto il giro del mondo, hanno segnato la storia.

Qualcuno si è pentito in quel tempo e in quel contesto: ricordo che Paolo Borsellino mi disse che alcuni uomini di mafia in carcere lo avevano cercato, dopo aver visto in tv Rosaria, perché non era piaciuta la strage e quindi collaboravano.

Cosa la colpiva in Borsellino?

La sua genuinità.

Metteva le persone a proprio agio. Era una persona molto di cuore, sensibile, con grandi qualità dal punto di vista umano, professionale e cristiano, amava la verità, la sua famiglia e lo Stato italiano. Una volta, prima di confessarsi, mi disse che era arrivato il tritolo per lui, ma non si è tirato indietro.