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Servizio Informazione Religiosa
Aggiornato: 1 ora 52 min fa

Benvenuti nell’era della paura

7 ore 51 min fa

#nonabbiamopaura, ecco l’hashtag che ha impazzato in rete. Ma non è vero. Il furgone assassino, i corpi a terra, l’uccisione dei terroristi. Si chiude una settimana shock. E dopo ogni tragedia, una più sorprendentemente devastante dell’altra, il solito circuito: sgomento, incredulità, sovraffollamento di immagini, ricostruzioni e un vociare di dolore, commenti, previsioni, accuse e interviste. Poi cala il sipario. E si fa strada una domanda inquietante: cosa accadrà domani? quando succederà di nuovo? dove? in che modo? Siamo entrati cioè nel tunnel del pensiero catastrofista. Benvenuti quindi nell’era della paura.
La postmodernità tecnoliquida ci ha scaraventato nell’incertezza, nel fluire delle forme cangianti senza sostanza, nell’istante e nel provvisorio. Insomma la rinuncia all’identità, alla stabilità, alla progettualità ha creato la premessa. E così il terrorismo “totale” non ha avuto difficoltà a sbriciolare le ultime certezze. Perciò

oggi sprofondiamo nella paura.

Paralizzati, nell’attesa di una nuova catastrofe. Siamo in attesa. In una cupa attesa, imbarcati in una sorta di micidiale roulette russa. A chi toccherà? Se scorriamo editoriali e commenti non possiamo non restare disorientati: nessuno riesce a rispondere in modo convincente. In fondo siamo dentro una guerra postmoderna: non eserciti, né campi di battaglia, ma vittime casuali e luoghi innocenti. Il pensiero catastrofista esprime fino in fondo la fragilità e la paura dell’Europa. Di una Europa ipocrita. Sì, ipocrita: abbiamo paura perché la nostra cultura ha rinnegato le nostre profonde radici identitarie religiose, immolate sull’altare del laicismo, e temiamo il suo definitivo sgretolamento se rapportata a culture che non rinunciano di certo alle proprie radici.
Abbiamo paura perché abbiamo rinunciato alla ricerca del senso e del significato, schiacciati come siamo dalla necessità di soddisfare l’elefantiasi dei nostri bisogni. Abbiamo paura perché siamo così poco aperti alla speranza da non fare figli e percepiamo la forza e la potenza dei popoli che, anche se miseri, fanno figli. Abbiamo paura perché stiamo costruendo una Europa depressa, che lotta per l’eutanasia e il suicidio, come fossero diritti, e non abbiamo più la forza e la voglia di lottare per la vita. Abbiamo paura perché ci siamo illusi che la felicità coincida con l’illimitatezza dei desideri. Abbiamo paura perché alla solidarietà e alla stretta di mano preferiamo squallide chat più o meno erotiche e l’incontro occasionale e non sappiamo più assumerci la responsabilità dell’altro. Abbiamo paura perché stiamo crescendo una generazione di ragazzini e giovani mai così devastata dall’alcol e dalla droga, come narrano gli ultimi rapporti Ocse, e guardiamo smarriti allo specchio la nostra fragilità di adulti, invocando leggi per miracolose liberalizzazioni come risposta al dilagare dell’euforia chimica. Abbiamo paura perché siamo vecchi e non siamo più in grado di scommettere sul futuro e pensiamo che le persone con l’Alzheimer siano un peso e nient’altro. Abbiamo paura perché ogni feto malformato è sacrificato sulla rupe Tarpea di una moderna eugenetica. Abbiamo paura di noi stessi.

E siamo lì, tentati di farla finita con l’Europa dei nobili principi, della solidarietà, della civiltà che pone al centro la persona e del reciproco aiuto fra Stati.

Stanchi e paralizzati, come Firs, il vecchio servitore del “Giardino dei ciliegi” di Cechov, che impotente assiste al fallimento devastante dei suoi padroni, ebbene proprio come Firs, osserviamo lo svuotamento, il decadimento e la fine di una epoca senza neanche capirla.
Uscire dalla paura significa ricominciare da noi, ripartire da quella briciola di umano che ancora c’è, ripartire dal piccolo e averne cura. Uscire dalla paura significa tornare a puntare sulla vita. Che nessuno di noi sia uno stanco e vecchio Firs, ma che ognuno di noi possa uscire dalla caverna delle chat, dei social e del frammentario per recuperare la capacità di incontrare l’altro. #nonabbiamopaura: non è vero, se non troviamo il coraggio di aprirci all’accoglienza, alla vita, alla speranza.

Terremoto a Ischia: mons. Lagnese (vescovo), “tanta devastazione a Casamicciola. Pronti a ospitare gli sfollati”. La vicinanza della Cei

9 ore 26 min fa

Due donne morte, una quarantina di feriti, di cui uno grave, 2.600 sfollati. Sono i primi dati provvisori del terremoto che ieri sera, intorno alle 21, ha interessato Ischia. Sono due i luoghi più colpiti della scossa sismica di magnitudo 4.0: Casamicciola e Lacco Ameno, nella zona Fango. In particolare, la zona rossa è circoscritta alla zona alta di Casamicciola Terme. Stamattina il vescovo di Ischia, mons. Pietro Lagnese, si è recato proprio a Casamicciola alta, dove è crollata una palazzina a tre piani, dalla quale sono stati estratti vivi un neonato di sette mesi, Pasquale, e i suoi genitori. Grande l’impegno per mettere in salvo gli altri due figli. Proprio ora sono riusciti a estrarre vivo Mattias di 7 anni, per essere poi trasportato in ospedale, mentre si è ancora al lavoro per salvare Ciro, di 11 anni. Raggiunto al telefono dal Sir, proprio mentre si trova sul luogo del disastro mons. Lagnese ci racconta quello che ha visto: “A Casamicciola c’è proprio una devastazione. Salendo nella zona alta di Casamicciola ho visto tante macerie e auto capovolte. Qui e anche a Ischia c’è tantissima gente che cerca di scappare, soprattutto turisti”. Il presule ci spiega che “ci sono state delle difficoltà nell’operazione di salvataggio dei due ragazzi”, soprattutto “perché pare che uno dei due sia coperto per buona parte del corpo da macerie”.

Due vittime. Anche buona parte della chiesa del Purgatorio è crollata, “ma – afferma il vescovo – io stamattina sono corso qui perché mi interessa soprattutto stare vicino al papà e alla famiglia di questi bambini. Più tardi, passerò a salutare i familiari delle due donne decedute”. Una delle vittime, quella morta sotto le macerie della chiesa del Purgatorio, “non è un’anziana – ci precisa mons. Lagnese – come è stato detto, ma si tratta di Lina Balestrieri Cutaneo, membro del Consiglio pastorale diocesano. La donna, tra i cinquanta e i sessant’anni, stava andando a fare un incontro di preghiera in una famiglia. Dopo aver parcheggiato a fianco alla chiesa, le è caduto il muro addosso ed è morta”. Appartenente al Cammino neocatecumenale, Lina era molto attiva nella pastorale familiare in diocesi. L’altra vittima, secondo quanto hanno riferito al presule, è una donna che “sarebbe morta a seguito di un infarto per la paura del terremoto, mentre la portavano in ospedale per ferite”.

Tanta paura. “C’è tanta tristezza sul volto delle persone, anche perché il popolo ischitano, e in particolare quello di Casamicciola, conserva nella memoria collettiva l’esperienza di un devastante terremoto, avvenuto 137 anni fa, che distrusse completamente Casamicciola e buona parte dell’Isola”, afferma mons. Lagnese -. Perciò, le persone qui vivono con il terrore del terremoto, che purtroppo ieri sera ci ha fatto visita”. La scossa di ieri sera “è stata sentita in modo forte, anche se è stata breve e questo ha permesso che i danni non siano stati ancora più grossi. Qui, comunque, il dramma è forte”. Da ieri sera ci sarebbero state una decina di scosse di assestamento: “Speriamo – auspica il vescovo – che non ce ne siano ulteriori, perché ci sono muri pericolanti. Per arrivare a Casamicciola ho dovuto mettere il casco. Ci sono diverse situazioni di pericolo”. Ci sono stati danni alle chiese nella diocesi? “Adesso la priorità sono le persone. Siamo qui proprio per essere vicini alle famiglie, ma ci siamo intesi con la Soprintendenza e i vigili del fuoco per capire quello che c’è da fare, ma, ribadisco, ci interessano soprattutto le famiglie, le persone”. Più tardi ci sarà un sopralluogo anche alla chiesa del Purgatorio.

Le nostre strutture e l’episcopio pronti ad accogliere gli sfollati. “Stamattina presto – ricorda mons. Lagnese – è stato bello ricevere la telefonata di mons. Nunzio Galantino, che mi ha chiamato per assicurarmi la solidarietà dei vescovi italiani e la disponibilità della Conferenza episcopale per venire incontro alle esigenze delle persone che si trovano in una situazione di forte disagio”. Anche la Chiesa di Ischia si prepara ad aiutare chi è in difficoltà: “La prima esigenza, al momento, è trovare un alloggio immediato per tutti quelli che hanno perso una casa – sottolinea il vescovo -. C’è già la Federalberghi che si è messa in moto per trovare dei posti letto, ma, evidentemente, ci sono anche le nostre strutture. Lo stesso episcopio, la casa del vescovo è a disposizione. Infatti, nella zona di Ischia, dove si trova l’episcopio, non ci sono danni forti, che si sono registrati, invece, soprattutto nella zona di Casamicciola alta”. Mons. Lagnese ci anticipa anche che “certamente tra stasera e domani ci organizzeremo come presbiterio e come popolo di Dio per un momento di preghiera e di adorazione. Oggi, tra l’altro, è la memoria di Maria Regina: vogliamo affidare proprio alla Madonna la comunità ischitana e specialmente il popolo di Casamicciola, che venera in una maniera tutta particolare l’Addolorata”.

Attentati: Di Natala (esperto di intelligence), “un branco di lupi solitari” a servizio del “Califfato liquido”

12 ore 40 min fa

Il terrorismo sarà un fenomeno di “lunga durata con il quale dovremmo imparare a convivere e contro il quale si dovrà combattere uniti. L’importante è non cadere nell’obiettivo dei terroristi che è quello di polarizzare le nostre società e non permettere loro di fare proseliti”. Parla Leandro Di Natala, italiano, analista presso l’Esisc (European Strategic Intelligence and Security Center) che ha sede a Bruxelles. A lui abbiamo chiesto di fare luce – per quanto sia possibile allo stato attuale delle indagini – su quanto è successo in Catalogna, dove l’attentato alle Ramblas prende sempre più i contorni di un attacco deliberato, preparato da mesi e coordinato. “Non ci troviamo di fronte ad un lupo solitario ma di fronte ad un branco di lupi”, dice subito l’esperto. “Un vero e proprio network composto da una dozzina di elementi”.

Rispetto ad altri attacchi in Europa, quali sono le novità che emergono?
Quello che si evince dalle indagini (ancora in corso) è che i terroristi non avevano un addestramento specifico e i mezzi che avevano a disposizione hanno fallito, tanto che alcuni di loro sono saltati in aria nella città di Alcanar. Questo ha certamente contribuito ad accelerare i tempi per gli attacchi a Barcellona e Cambrils ma ha anche obbligato ad utilizzare mezzi poco sofisticati. Il fatto però che siano coinvolte tre città diverse, che dietro ci sia un network di una dozzina di elementi, tutti giovani, tutti reclutati e radicalizzati da un imam, è un elemento di novità.

Il quadro che sta delineando, descrive persone piuttosto sprovvedute. È così?
È prematuro allo stato attuale delle indagini fare analisi approfondite. Il fatto però che stessero lavorando su bombole di gas, mostra che non ci fosse tra loro un esperto di esplosivi, in grado di fare delle vere e proprie cinture esplosive come quelle impiegate negli attentati di Parigi o di Manchester. In quest’ultima città, il terrorista era stato addestrato in Libia a confezionare

la cosiddetta “madre di Satana”

con il famoso esplosivo “tatp”, altamente instabile che può essere gestito solo da qualcuno che è stato addestrato da esperti.

Questo significa che è sempre più difficile per i terroristi confezionare e reperire armi e esplosivi? Si può parlare di un segnale di debolezza?
Sicuramente è stato un fattore tattico di debolezza non avere esperti in grado di realizzare esplosivi in questo caso. D’altra parte

il vantaggio dei terroristi è l’ampiezza del bacino di reclutamento che mette a disposizione persone pronte a tutto, ad uccidere e farsi uccidere.

È un lavoro molto difficile per i servizi di sicurezza identificare, seguire e sorvegliare tutti i possibili sospetti. Un altro fattore di vantaggio è l’utilizzo di veicoli che diventano per loro armi low cost ma estremamente efficaci. Dall’attentato di Nizza ad oggi praticamente l’80% delle vittime degli attentati europei si sono verificati con questo modus operandi: veicoli lanciati nella folla.

Abdelbaki Es Satty, il quarantenne imam marocchino di Ripoll, nel 2016 aveva trascorso tre mesi in Belgio a Vilvoorde, vicino a Bruxelles, che con Molenbeek è un luogo con un forte numero di jihadisti. È possibile parlare di una rete europea organizzata? Tra di loro, i terroristi si conoscono?
È chiaro che non possiamo escludere allo stato attuale che ci fossero dei contatti come è chiaro che ci troviamo di fronte a un fenomeno transnazionale e, quindi, movimenti e comunicazioni circolano. Quello che è certo è che lo Stato Islamico ha perso l’elemento che lo distingueva dalla sua rivale Al Qaida e, cioè, il possesso e l’amministrazione di un territorio fisico ed ha quindi tutto l’interesse a mantenere la pressione di questi attacchi sull’Occidente dimostrando ai propri potenziali supporters che è ancora il gruppo terroristico principale. Anche se perde territori,

il suo califfato da territoriale sta diventando un califfato liquido che continua ad esistere nonostante le sconfitte militari proprio tramite i terroristi fai-da-te che si muovono singolarmente o in branco.

Si è sempre detto che rispetto a Francia, Belgio e Gran Bretagna, l’Italia e la Spagna non erano obiettivi privilegiati dell’Isis. Perché colpire la Spagna?
Non è vero. L’Italia e la Spagna sono sempre stati degli obiettivi, considerati secondari, ma pur sempre obiettivi. Per capire perché si è colpita la Spagna, bisogna calarsi nella mentalità jihadista per la quale la Spagna è ancora parte di al-Andalus, cioè la provincia musulmana che dall’VIII secolo dopo Cristo al XV secolo, dopo la reconquista, era parte integrante del Califfato islamico e terra islamica in Europa per secoli. Quindi colpire la Spagna è altamente coerente con il pensiero jihadista e, quindi, altamente simbolico.

Ma la Spagna era attrezzata sufficientemente a contrastare la minaccia terroristica o è stata presa alla sprovvista?
Le forze dell’ordine erano allertate ma, come ho detto di prima, ci troviamo di fronte ad un fenomeno di enorme ampiezza e liquidità. Il nemico è una ideologia che riesce a reclutare centinaia di persone, anche insospettabili. D’altronde non è pensabile blindare la vita di una città come Barcellona o impedire movimenti di massa e turismo sulle Ramblas o nella Sagrada Familia. Non è altresì possibile controllare tutti e controllare tutto. Siamo di fronte a supporters e potenziali terroristi il cui numero non è facilmente sorvegliabile e il cui legame tra di loro è stretto. Nel caso spagnolo c’erano 4 coppie di fratelli e di fronte ai legami parentali la cellula è ancora più forte e impermeabile. Una cosa però sicuramente è importante: lo scambio di informazioni, la prevenzione con un forte lavoro di intelligence ed una partecipazione attiva delle comunità islamiche che devono contribuire con denunce e un lavoro anche di tipo ideologico ribadendo con forza che ogni forma di violenza e terrorismo è contraria al Corano.

È credibile la minaccia sull’Italia apparsa sul sito Site?
L’Italia da molto tempo ormai è indicata come possibile obiettivo dei jihadisti. Per cui la minaccia all’Italia è estremamente credibile e probabile. Il pericolo c’è e sussiste e non si può assolutamente abbassare la guardia.

L’Italia ha come capitale Roma che simbolicamente rappresenta l’Occidente e ospita il capo della Chiesa cattolica che, da un punto di vista jihadista, è il capo dei “crociati”.

È chiaro che, purtroppo, tutto questo fa dell’Italia un obiettivo e gli apparati di sicurezza ne sono consapevoli.

Terror attacks: Di Natala (intelligence expert), “a group of lonely wolves” at the service of the “liquid Caliphate”

12 ore 41 min fa

Terrorism will be a “long-lasting phenomenon that we will have to learn to coexist with and against which we need to fight together. It’s important not to fall prey of the terrorist goal of polarizing our societies and to prevent new proselytes”, said Leandro Di Natala, Italian analyst at the European Strategic Intelligence and Security Center (ESISC), with headquarters in Brussels. We asked him to shed light on what happened in Catalonia – as much as possible given the ongoing investigations – as increasing evidence shows that the terror attack on the Ramblas was a deliberate attack that had been planned and coordinated for months. “We are not facing a lonely wolf  but a group of wolves”, the expert promptly remarked. “A veritable network with a dozen members.”

What are the new elements that have emerged compared to other attacks carried out in Europe? According to investigations carried out so far (still ongoing) the terrorists did not undergo specific training and their means have proved unsuccessful; in fact some of them were found dead in the house that blew up in Alcanar. This episode must have hastened their decision to carry out the attacks in Barcelona and Cambrils, but it also led them to use poorly sophisticated devices. However, the involvement of three different cities, with a network comprising a dozen members, all of them youths, recruited and radicalized by an Imam, is an element of novelty.

The evolving scenario shows that the perpetrators were rather naïve. Is that the case? It’s still to early to analyse the overall picture at length, given the current state of investigations. However, the fact that they were preparing gas canisters shows that there wasn’t an expert in explosives among them capable of manufacturing veritable explosive belts such as the ones used in the Paris and Manchester attacks. In the latter, the terrorist had been trained to develop the

Explosive known as “Mother of Satan”

in Libya, loaded with thehighly unstable TATP explosive, whose use requires expert training.

Does this mean that it’s increasingly difficult for terrorists to manufacture and access weapons and explosives? Could it be described as a sign of weakness? 
Certainly, in this case the lack of experts capable of manufacturing explosives was a strategic factor of weakness. Moreover

The terrorists’ advantage is the scope of the recruiting grounds with people willing to do anything, to kill and be killed.

It’s a very hard job for security services to identify, follow and monitor all suspects. Another advantage for them is the use of vehicles that in their hands become low-cost deadly weapons. Since the attack in Nice, almost 80% of the victims of European terror attacks were caused by the launching vehicles against crowds.

In 2016 Abdelbaki Es Satty, the Moroccan Imam from Ripoll, had spent three months in Belgium in the town of Vilvoorde, near Brussels, an area marked by a high jihadist presence, just as Molenbeek. Could there be an organized European network? Do the terrorist members of the network know one another? In the current state of affairs we can’t rule out the possibility of internal contacts. It’s equally evident that we are faced with a trans-national phenomenon, with the circulation of people and communications. What we know for sure is that the Islamic State is no longer marked by the trait that had distinguished it from its opponent Al Qaida, namely, the ownership and administration of a physical territory. Thus it has every interest in keeping up the pressure of these attacks on the West, thereby showing its potential supporters that it remains the major terrorist group. Even though they are losing territories,

their Caliphate, which was once territorial, is developing into a liquid Caliphate that continues to exist despite the military defeats by means of self-made terrorists that act alone or with a group.

It has often been said that compared to France, Belgium and Great Britain, Italy and Spain weren’t primary ISIS targets. Why strike against Spain? 
That’s not true. Albeit viewed as secondary targets, Italy and Spain have always been terrorist targets. In order to understand the reasons for the attack in Spain we need to consider the Jihadi mentality whereby Spain is still a part of al-Andalus, namely the Muslim province that from the 8th to the 15th Century AD, after the Reconquista, was an integrating part of the Islamic Caliphate, under Islamic rule in Europe for centuries. Thus striking against Spain is consistent with Jihadist ideology, and highly symbolical.

Was Spain adequately prepared to address the terrorist threat or was it taken by surprise? Law enforcement authorities had been alerted, but as previously mentioned we are facing a phenomenon with a huge scope and liquidity. The enemy is an ideology that manages to recruit hundreds of people, some of whom above suspicion. Moreover, it would be unconceivable to lock down the life of a city like Barcelona or impede mass movement and tourism on the Ramblas or at the Sagrada Familia. It is equally impossible to control everyone and everything. We are facing supporters and potential terrorists whose numbers are hard to monitor and that are not closely connected to one another. In the case of Spain there were 4 pairs of siblings, and when there are blood relations the terrorist cell is even stronger and impervious. However, there is an aspect that is extremely important: the exchange of information, prevention with efficient intelligence procedures coupled by active participation of Islamic communities that are called to contribute with reports and ideological forms of commitment, namely, constantly reiterating that all forms of violence and terrorism go against the Koran.

Is the threat against Italy released on the SITE portal credible?  Italy has been indicated as a possible Jihadist target for a long time. Thus the threat against Italy is extremely credible and plausible. The danger does exist and we must never lower our guard.

Italy’s capital is the city of Rome, a symbol of the Western world that is home to the religious leader of the Catholic Church, which, from the Jihadist perspective, is the head of the “Crusaders.”

It is evident that unfortunately all of this makes Italy a terrorist target, and security services are aware of it.