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Aggiornato: 1 ora 15 min fa

Cinema d’estate: Sei storie di esistenze in cerca di riscatto

6 ore 55 min fa

Filo conduttore è il tema “esistenze in cerca di riscatto”: “Parlami di te”, “I fratelli Sisters”, “Il corriere”, “Il vizio della speranza”, “Quello che veramente importa” e “Resta con me”.

“Parlami di te”

Negli ultimi anni l’attore francese Fabrice Luchini è stato molto apprezzato per “Molière in bicicletta” (2013) e “La corte” (2015). Nei primi mesi del 2019 è uscito in sala con la commedia drammatica “Parlami di te” (“Un homme pressé”) di Hervè Mimran, racconto della caduta nella malattia e voglia di riscatto. Protagonista è Alain, lavoratore indefesso che lascia poco spazio alla vita personale. Colpito da un ictus, Alain è costretto a un forzato riposo e a rivedere le proprie priorità. Una storia di certo già vista al cinema, ma che trova vigore e spessore grazie all’interpretazione convincente di Luchini nonché alla regia salda di Mimran. Un film che aiuta a riflettere anche sui rapporti familiari, in particolare genitori-figli. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“I fratelli Sisters”

Tra i film rivelazione della Mostra del Cinema della Biennale di Venezia 2018 c’è “I fratelli Sisters” (“The Sisters Brothers”) del francese Jacques Audiard, che con quest’opera marca il suo esordio a Hollywood. Prendendo le mosse dal romanzo di Patrick deWitt, il film racconta le vicende dei fratelli Eli e Charlie Sisters (John C. Reilly e Joaquin Phoenix) negli USA di metà ‘800. I due sono cacciatori di taglie, ma nel corso delle loro (dis)avventure iniziano a comprendere come il mondo stia cambiando e come la regola della pistola non sia più accettabile. In particolare in Eli, stanco di tanta violenza, si fa largo il sogno di una vita diversa, tranquilla. Audiard offre una grande prova di regia, cogliendo bene lo spirito dell’America del vecchio West, ma anche il suo ineluttabile cambiamento. Il film ha un impianto apparentemente da western classico, trasformandosi ben presto nella parabola di un uomo in cammino verso la riconciliazione. Segnato da violenza diffusa, il film è complesso, problematico e per dibattiti.

“Il corriere”

Clint Eastwood non sbaglia un colpo. È soprattutto con i film da lui diretti che raggiunge un alto livello di forza espressiva e di innegabile poesia. Tra i titoli degli anni Duemila si ricordano “Million Dollar Baby” (2004), “Gran Torino” (2008) e “Sully” (2016). A inizio 2019 è uscito “Il corriere” (“The Mule”), ispirato a una storia vera: l’anziano Earl vive nelle periferie degli Stati Uniti, con incalzante disagio economico e lavorativo. Senza più guadagno, Earl si lascia tentare dalla criminalità organizzata per racimolare qualcosa: deve solamente guidare un furgone, senza farsi domande sul contenuto o sulla tratta. Eastwood racconta la caduta di un uomo nella corruzione, ma anche il coraggio del riscatto, del non svendere tanto rapidamente valori e principi. Un film bello, duro ed emozionante, che dal punto di vista pastorale è consigliabile, problematico e per dibattiti.

“Il vizio della speranza”

“Il vizio della speranza” di Edoardo De Angelis è la storia drammatica di una madre che cambia radicalmente vita per il bene del figlio che porta in grembo; racconto che si carica anche di un simbolismo parabolico, religioso. Siamo in Campania, lungo il fiume Volturno, e la trentenne Maria (Pina Turco) gestisce un traffico di prostitute e neonati sotto pressioni della malavita locala. Per Maria, come per le altre donne, non si intravede salvezza; tutto scorre inesorabilmente. Quando però Maria si scopre incinta, è mossa da una inarrestabile spinta al cambiamento, a invertire la rotta della propria esistenza. Il film oscilla tra temi roventi e di stingente attualità come lo sfruttamento della donna, della maternità e il degrado delle periferie. De Angelis rivela polso, capacità di graffiare ma anche tanta poesia, mostrando uno stile maturo e incisivo. Nonostante qualche sbavatura, il film è complesso, problematico e per dibattiti.

“Quello che veramente importa”

Malattia sì, ma raccontata con i toni della commedia garbata. Stiamo parlando di “Quello che veramente importa” (“The Healer”) di Paco Arango, con Camilla Luddington e Oliver Jackson-Cohen. È la storia di un giovane dalla vita sregolata e senza impegno, che si rimette in gioco in una piccola comunità della Nuova Scozia in Canada; un percorso che lo apre al senso di prossimità e a riprendere il dialogo con la fede. Un film dalla struttura narrativa di certo semplice, scorrevole, ma vivi intenti educational. Dal punto di vista pastorale, il film è consigliabile, semplice e per dibattiti.

“Resta con me”

Dopo le avventure estreme tra i ghiacci di “Everest” (2015), il regista islandese Baltasar Kormákur si confronta con il mare aperto attraverso la storia avventurosa di “Resta con me” (“Adrift”), interpretata da Shailene Woodley e Sam Claflin. Ispirato a una storia vera, è il racconto del viaggio in barca a vela nel Pacifico, da Tahiti a San Diego, di due giovani innamorati, Richard e Tami: lui è uno skipper professionista e lei giovane alle prime armi. È un incontro-scontro dell’uomo con la Natura: un rapporto che ha la bellezza del sublime, ma presenta anche il suo lato feroce; è in particolare Tami a ricoprire un ruolo di primo piano, a giocarsi in una danza con la Natura che finisce per assumere i contorni di una sfida muscolare. Questo viaggio concitato e vertiginoso, fatto di sudore e sangue, in verità diventa anche un percorso interiore dove finisce la giovinezza e comincia l’età adulta. Il film è consigliabile, problematico e adatto per occasioni educational.

Terremoto Centro Italia: a piedi nelle Terre Mutate dal sisma. Un Cammino per ripartire

9 ore 30 min fa

“Il Cammino nelle Terre Mutate”… terremotate, sembra un gioco di parole ma non lo è. È un percorso tra commozione e indignazione, tra la meraviglia di paesaggi unici e la sofferenza per una tragedia che ha devastato il Centro Italia come il sisma del 24 agosto di tre anni fa, che ha riaperto ferite non del tutto rimarginate di terremoti precedenti. È il primo itinerario escursionistico solidale d’Italia. Da Fabriano a L’Aquila, 14 tappe, 250 km. da percorrere a piedi o in bici, lungo sentieri che si inerpicano nella catena appenninica che sigilla 4 regioni, Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. La stessa dorsale montuosa che nella mappa sismica del territorio italiano è colorata di rosso carminio e viola, tonalità riservate alle zone più a rischio terremoti. Lo ricordano le 308 vittime del sisma del 6 aprile 2009 (L’Aquila) e le circa 300 del 24 agosto di sette anni dopo (Amatrice). Un viaggio tra le colline marchigiane, il lago di Fiastra, il massiccio del monte Bove, la piana di Castelluccio di Norcia, la valle del fiume Tronto, i monti della Laga, il lago di Campotosto e il Gran Sasso.

Un viaggio di conoscenza. Il “Cammino nelle Terre Mutate” è anche un cammino per ripartire, un vero e proprio “viaggio di conoscenza, di solidarietà e di relazione profonda con l’ambiente e le persone che vivono nelle terre mutate dal sisma”. Sante Corradetti è una delle guide che hanno lavorato per segnare i sentieri del cammino, in particolare quelli del tratto che va da Castelluccio di Norcia ad Amatrice, e per questo motivo è il referente locale per queste tappe del percorso. “Il Cammino – spiega – nasce interamente grazie al volontariato. Si tratta di un progetto corale promosso da numerose organizzazioni nazionali e locali come Movimento Tellurico, Ape Roma e FederTrek, con il supporto, tra gli altri, delle Regioni Abruzzo, Marche e Lazio, dei Parchi nazionali dei Monti Sibillini, del Gran Sasso e Monti della Laga, Banca Etica, di Amministrazioni comunali, aziende turistiche e commerciali del territorio”. “I sentieri – aggiunge Corradetti – non presentano particolari difficoltà e sono praticabili da tutti. Per alcune zone, come Arquata e Accumoli vanno richiesti in anticipo i permessi per transitare nella zona rossa. Per ogni tappa segnaliamo luoghi di sosta, punti di ristoro. Sono tutte imprese che hanno riaperto i battenti dopo il terremoto e che sono ripartite”. La guida indica tutti i servizi e il sito www.camminoterremutate.org aiuta a organizzare il proprio viaggio grazie alla possibilità di scegliere le tappe da percorrere, scaricare le tracce Gps, contattare le strutture ricettive per l’ospitalità e le associazioni territoriali.

Escursionismo solidale. “Le tappe sono state pensate in modo da favorire la presenza, l’incontro e l’ascolto delle comunità ferite dal sisma” afferma Corradetti.

“Sui sentieri delle Terre Mutate macerie e bellezza convivono. Qui il sisma ha prodotto cambiamenti alla morfologia e soprattutto nelle persone generando nonostante tutto storie e progetti di rinascita”.

Ma non bastano gli occhi per vederle e scoprirle. Serve altro che Corradetti descrive così: “occorre capacità di adattamento che è nello spirito di colui che cammina. Ma soprattutto la disponibilità a donare un po’ di se stessi agli abitanti di queste terre, essere pronti a ricevere quello che potranno darti a loro volta. È uno scambio reciproco tra chi cammina e chi è nel territorio. Regalare un sorriso passando è un grande dono perché quel che manca è il senso di comunità. Ci sono borghi spopolati a causa del terremoto. Parlare e incontrare la gente di qui è davvero tanto”. Percorrere questi sentieri vuol dire camminare su “terre piene di vita e di voglia di ricominciare e popolate da gente determinata che, nonostante le ultime scosse, resiste e non getta la spugna”.

“Ci vuole umiltà e empatia per attraversare le Terre Mutate”

conferma Enrico Sgarella, presidente di Movimento Tellurico, una delle associazioni promotrici del cammino – occorre procedere in punta di scarponi, porsi in ascolto, non solo dentro di noi per sentire le emozioni di queste terre martoriate e le storie di chi è rimasto e prova a rialzarsi in piedi.

Non sono terremotati ma terre mutati perché pronti a ripartire,

a rifare tutto daccapo, nuovo consapevoli che gli anni a venire saranno i più pesanti. Questo è il tempo della ricostruzione. Camminando nelle Terre Mutate non si allenano solo le gambe ma si arricchisce anche la propria consapevolezza e conoscenza”. Perché, come è scritto nella guida, “non si può rimanere ai margini di questa storia”.

Meeting Rimini. Rumiz (scrittore): “Le radici dell’Europa battono nel forte cuore dell’Appennino terremotato”

9 ore 36 min fa

“Non ero andato io a cercare Benedetto e fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo, al suo rapporto con Norcia e con il terremoto, con la terra madre del Continente cui appartenevo”. Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, ricorda così il suo incontro con il patriarca dei monaci di Occidente, Patrono d’Europa. Nella piazza di Norcia dove era arrivato dalla Piana di Castelluccio dopo un cammino lungo la linea di faglia che, il 24 agosto del 2016, aveva scosso l’Appennino.

foto SIR/Marco Calvarese

Lì, in mezzo a palazzi crollati e alle macerie della basilica tenuta in vita solo dalla facciata col suo rosone, la vista di quella statua con la barba bianca e il braccio destro teso verso il cielo. Completamente intatta, recante la scritta San Benedetto, Patrono d’Europa. Da quell’incontro è nato un libro “Il Filo infinito” (Feltrinelli, 2019) che Rumiz ha presentato al Meeting di Rimini. Un viaggio nei monasteri benedettini che arriva fino ai nostri giorni e che parte dall’Europa del VI secolo dopo Cristo segnata da invasioni, saccheggi e violenza devastanti cui i monaci risposero con la concretezza dell’“Ora et labora et noli contristari in laetitia pacis” (Prega, lavora, e nella gioia della pace non intristirti). Scrive Rumiz: “che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa, senza armi, con la sola forza della fede… Il germe della rinascita del Continente era partito dal forte cuore appenninico del mio Paese”. Benedetto stava lì a ricordare che “i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per l’Occidente segnato dalla violenza, da immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano. Qualcosa di simile all’oggi”.

La spinta a ricostruire l’Europa arriva proprio dall’Appennino, terra sismica, che ben conosce il termine “ricostruzione” e per questo abituata a risorgere da secoli. Domani saranno tre anni dal terremoto del 24 agosto 2016, ma la ricostruzione stenta a partire…
La cosa che mi ha più colpito è che questa terra, che ha prodotto uomini che hanno ricostruito l’Europa, dotati di una forza che nasceva proprio dalla coabitazione con i terremoti, per la prima volta dopo millenni non è in grado di ripartire. Uomini frenati dalla macchina burocratica e dalla perdita di manualità causata dal mondo moderno che ha reso tutto virtuale. Ho visto un popolo carico di fierezza e di memoria della sua storia ma al tempo stesso deprivato di una sua cultura millenaria. Scandalosamente l’Italia ignora la dignità e la forza simbolica di queste terre che vengono lasciate prive di ricostruzione a distanza di tanto tempo. Sono le terre da cui è partita la ricostruzione dell’Europa. Per me è un segno gravissimo di quella scarsa autostima che l’Italia ha di se stessa.

foto SIR/Marco Calvarese

Nel suo libro “Il filo infinito”, camminando “nel cuore vivo della distruzione… Amatrice era Bosnia in guerra” afferma di percepire “l’esempio tutto italiano di una macchina burocratica capace di uccidere più del terremoto, ostacolando i ritorni con regole e divieti”. Come superare la burocrazia, nemica della ricostruzione?
Bisogna tornare alla politica che oggi si è ridotta a semplice talk show o a pura, pedissequa, ripetizione di interessi economici o peggio finanziari. La politica dovrebbe narrare questi luoghi, emozionare gli italiani sul ruolo europeo, mondiale, di questi luoghi attraversati da terribili linee di faglia ma anche da percorsi di fede unici al mondo.

C’è anche un’Europa “malandata” da ricostruire. La statua di san Benedetto, intatta in mezzo a tanta distruzione, quale messaggio lancia al  Vecchio Continente?
Benedetto ci dice che per rimettere in piedi l’Europa non bisogna aspettare che le cose siano favorevoli. L’Europa non ha alternative all’accoglienza, ma con delle regole. Benedetto comprende ciò che la geografia stessa insegna: l’Europa non è altro che l’ultimo pezzo dell’Asia. Un luogo dove i popoli arrivano e non possono proseguire perché c’è l’Atlantico. Un luogo dove i popoli non hanno altra alternativa che coabitare o massacrarsi tra loro. Tutta la nostra storia ci offre due grandi insegnamenti: le cose meravigliose che siamo capaci di fare quando impariamo a coabitare e gli orrori che commettiamo quando decidiamo di massacrarci tra di noi. La scelta è tra la guerra e la coabitazione. E il mondo benedettino ci ricorda la vocazione dell’Europa come punto d’arrivo e luogo dell’accoglienza. E anche come paesaggio di cui prendersi cura.

Sacro Speco di san Benedetto a Subiaco (Foto Sir/Rocchi)

Una vocazione che oggi pare smarrirsi tra risorgenti nazionalismi e sovranismi. I monaci di allora furono “capaci di rilanciare la civiltà in un mondo in preda alla paura”, quelli di oggi possono ancora adempiere a questa missione nel silenzio dei monasteri?
Certamente anche se hanno molta politica contro e una parte del mondo cristiano contrario all’accoglienza. Io credo il pericolo non venga da fuori ma sia dentro di noi. Noi siamo molto meno coscienti delle nostre radici culturali e religiose rispetto a quanto lo fossero gli uomini di allora. L’Europa nel VI secolo era in condizioni inimmaginabili e proprio in quegli anni i monaci hanno operato.

In questa opera di riedificazione dell’Europa hanno contribuito anche i monasteri femminili…
Assolutamente. Nel mondo monastico la donna è una pari grado. Una badessa equivale a un vescovo. Un vescovo che rende visita a una badessa si toglie i segni della sua autorità per rispetto di colei che lo ospita. Questo nasce da una percezione che definirei ‘tellurica’ di ciò che la madre terra rappresenta, una visione molto femminile di Dio di cui i monaci sono portatori.

Costruire il buono attraverso la ricerca del bello: è ciò che i monaci cercano di fare seguendo la Regola. C’è ancora spazio per il bello e per il buono in questa Europa?
Ci sono molte forze positive. Il compito di scrive, di chi fa politica è di mettere insieme queste persone, dare loro una rappresentanza. Oggi non viene fatto perché siamo ipnotizzati da alcune centinaia di blogger che non hanno altro da fare nella vita che seminare zizzania. La sensazione è che questi rappresentino una maggioranza del nostro pensiero. Secondo me, invece, sono una forte minoranza con un forte influsso sul pensiero medio perché offrono dei capri espiatori comodi anche al potere e agli uomini frustrati di oggi. Quando i reggitori non sanno dare risposte al popolo gli offrono nemici.

Crisi di governo: Mattarella chiede ai partiti “decisioni chiare e in tempi brevi”

13 ore 6 min fa

“Decisioni chiare e in tempi brevi”. Al termine del primo giro di consultazioni, il Presidente della Repubblica mette tutti i partiti davanti alle loro responsabilità. Ci sarà un nuovo giro di consultazioni, tra martedì e mercoledì, perché alcuni partiti hanno comunicato che “sono state avviate trattative per un’intesa” e anche “da parte di altre forze politiche è stata espressa la possibilità di ulteriori verifiche”. Una fotografia che coglie l’ambiguità dei movimenti in corso, con il confronto tra M5S e Pd da un lato e la Lega che tenta ancora i pentastellati. Ma questo secondo giro sarà “per trarre le conclusioni e per assumere le decisioni necessarie”.

Dunque a metà della prossima settimana il rebus della crisi di governo dovrà essere sciolto.

E le possibilità indicate dal Capo dello Stato sono due: o un governo pieno, all’altezza delle sfide che l’Italia deve affrontare, dunque un esecutivo basato “su valutazioni e accordi politici dei gruppi parlamentari su un programma per governare il Paese” oppure “il ricorso agli elettori”. Un’ipotesi, quest’ultima, che verosimilmente richiederà la nascita di un governo ad hoc per accompagnare il percorso verso le urne con le necessarie garanzie di imparzialità e rispetto delle regole. Ma la scelta da compiere è netta, non c’è spazio per soluzioni pasticciate o per fare melina.

Le parole pronunciate con tono severo dal Presidente si collocano al punto d’incrocio tra le esigenze del Paese e il richiamo puntuale alla Costituzione che è in questi anni è sempre stato la cifra di Sergio Mattarella. Da un lato, infatti, ci sono “l’esigenza di governo di un grande Paese come il nostro”, gli impegni richiesti dal  ruolo che “l’Italia deve avere nell’importante momento di avvio della vita delle istituzioni dell’Unione europea per il prossimo quinquennio”, la necessità di fronteggiare “le incertezze politiche ed economiche a livello internazionale”.

Da queste imprescindibili motivazioni discendono sia la qualità della risposta che i partiti sono chiamati a dare, sia la tempistica così serrata. La soluzione, in ogni caso, va perseguita nell’alveo tracciato dalla Costituzione.

Il Presidente della Repubblica “ha il dovere ineludibile di non precludere l’espressione di volontà maggioritaria del Parlamento” e proprio alla luce di questo dovere Mattarella ha concesso qualche giorno ai partiti per approfondire i discorsi aperti. Del resto le due forze politiche che componevano la maggioranza uscente – la “dichiarata rottura polemica” del loro rapporto, ha ricordato il Capo dello Stato, è all’origine dell’attuale crisi – ben sanno con quanta pazienza istituzionale egli consentì la nascita dell’esecutivo giallo-verde. Soltanto se il Parlamento non si mostrerà in grado di esprimere una maggioranza governo, allora la bisognerà inevitabilmente ricorrere a elezioni anticipate. “Decisione da non assumere alla leggera”, comunque, perché si è votato nel marzo dello scorso anno e “la Costituzione prevede che gli elettori vengano chiamati al voto per eleggere il Parlamento ogni cinque anni”.