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Aggiornato: 2 ore 51 min fa

Mafia Capitale o Mondo di mezzo? Fiasco (sociologo): “Il problema della criminalità c’è e resta acuto”

Mer, 23/10/2019 - 18:45

Mafia o non mafia? Questo è il dilemma… Per la Corte di Cassazione “Mondo di mezzo” non è stato mafia: ribaltando il verdetto della Corte d’appello, ha stabilito che l’organizzazione a delinquere capeggiata da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi non è stata un’associazione di stampo mafioso ma un’associazione a delinquere “semplice”. Pronunciamento che fa discutere, provocando, da un lato, l’esultanza degli avvocati degli imputati, dall’altro, lo sconcerto dei politici, locali e non. L’accusa, mossa dalla procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova” mafia, con propaggini nel mondo degli appalti della Capitale.

Di corsi e ricorsi storici parla Maurizio Fiasco, sociologo specializzato in ricerca e formazione in tema di sicurezza pubblica: “La banda della Magliana, che è la formazione romana più strutturata e originale nella capitale, non fu qualificata dalla Cassazione come associazione a delinquere di stampo mafioso, anche se il suo modus operandi era quello tipico delle associazioni di stampo mafioso. Aveva una capillare presenza a Roma e provincia, era una rete di bande che si muoveva all’interno di un disegno condiviso, aveva rapporti strutturati con settori deviati degli apparati dello Stato e con l’eversione di destra, aveva sparso sangue a Roma”. “Ora – aggiunge – dopo vent’anni si è riprodotta la stessa situazione, con una costante duplicità di vedute: una statica e una dinamica. La prima, raffigurata dal pronunciamento della Cassazione, la seconda, rappresentata da Giuseppe Pignatone fino alla sentenza della Corte d’appello, che guarda agli scenari evolutivi e individua tutti gli elementi costitutivi della costruzione di un soggetto tipico della criminalità di tipo mafioso”.

Secondo Fiasco, “la Cassazione, con una pronuncia molto conservatrice e non evolutiva, mette in evidenza

un’insufficienza del quadro normativo attuale per descrivere il punto d’approdo a cui è arrivata la mafia contemporanea.

Noi oggi continuiamo a interpretare l’associazionismo mafioso alla luce di alcune storiche nozioni giuridiche, come la forza intimidatrice del vincolo, la struttura dell’associazione, i collegamenti con la politica, lo scopo di occupazione di settori del mondo economico”. Per il sociologo, “sono tutte categorie giuste, ma oggi insufficienti. La criminalità mafiosa moderna infatti è protagonista di reti molto più profonde e di un’integrazione molto più ampia con il settore dell’economia di mercato e con il disfunzionamento delle pubbliche amministrazioni. Oggi la mafia entrerebbe nel novero delle associazioni segrete, dove i confini tra la criminalità negli affari, i poteri occulti della corruzione, strutture massoniche presenti nei gangli vitali dell’economia, della società, dello Stato e le attività criminali sono ormai saltati”.

Fiasco prosegue: “Trovo apparentemente paradossale che la Cassazione confermi che tutti i fatti sono stati provati, che ci fosse un vincolo associativo ferreo e che le responsabilità degli imputati, singolarmente e in concorso, fossero risolte giustamente con le sentenze di primo e secondo grado, senza però inserire tutto questo dentro la cornice di un associazionismo di stampo mafioso”. In realtà, “il tipo di associazionismo mafioso a cui la Cassazione fa riferimento è quello di un’organizzazione presente capillarmente, strutturata su vincoli di sangue, basata su rapporti primari, con una tradizione di generazione in generazione, promanata da una storia di un territorio. Dunque, non ci sono analogie in Mafia Capitale, che, invece, è un associazionismo criminale di tipo nuovo, inquadrabile nello stampo mafioso seppur in una visione evolutiva”.

Il sociologo ammette di avere immaginato l’esito del pronunciamento della Cassazione. Ma avrebbe potuto fare diversamente?

“La Cassazione avrebbe dovuto avere il coraggio di emanare una sentenza innovativa, che avrebbe fatto testo nella storia del diritto penale italiano.

Invece, non ha fatto quel passo in più per far corrispondere allo scenario innovativo tratteggiato da Pignatone un’evoluzione della giurisprudenza”. Oggi non è diminuito l’allarme sociale: “Non è una cosa lieve che un’associazione per delinquere abbia avuto ‘nelle mani’ assessori, abbia fatto patti con imprese, abbia esercitato l’usura e la violenza. Il pronunciamento della Cassazione non cancella tutto questo né offre l’alibi per sottovalutare il pericolo che c’è a Roma e che non si può leggere con le manifestazioni tradizionali della criminalità mafiosa: omicidi e scontri per il controllo del territorio. Oggi in Italia avvengono circa un decimo dei fatti di sangue che negli anni ’90 si attribuivano alla criminalità mafiosa: allora, dovremmo dire che la mafia si è estinta in Italia? Semplicemente ha cambiato modus operandi, perché quella stagione di turbolenza con molti morti e stragi è stata spenta, anche grazie all’azione dello Stato”. Quindi, “oltre alla giurisprudenza, tutti dovremmo avere chiaro il mutamento in atto della mafia, per uno sguardo nuovo necessario per formare chi deve indagare o comunicare correttamente qual è il fenomeno oggi”. In conclusione, “resta la palla al centro, cioè si riapre il dilemma di come interpretare la questione della criminalità a Roma, fuori dagli schemi della retorica. Di certo,

il problema della criminalità c’è ed è anche acuto”.

In Malawi con suor Anna Tommasi, che porta il Vangelo dietro le sbarre

Mer, 23/10/2019 - 17:45

“Faccio poche prediche. Dico sempre che ‘quello che faccio è un segno che Dio vi vuole bene, che ha per ciascuno di voi un progetto stupendo. Lo dovete scoprire e vivere fino in fondo’. Sono qui come missionaria inviata in forza del mio battesimo, sono qui per portare l’amore del Padre a chi è considerato uno scarto della società”. La forza della fede e della testimonianza di suor Anna Tommasi, missionaria in Malawi, risuona tra i canti dei reclusi del carcere di Chicchiri nella città di Blantyre. Qui si trovano quasi duemila uomini che, grazie alla missionaria, vivono una straordinaria scommessa di riscatto, basata su tre parole chiave:

carità, onestà e progresso.

Suor Anna, nata ad Affi (Vr) nel 1944, nel 1960 è entrata nelle Francescane ausiliare laiche missionarie dell’Immacolata (Falmi) e nel 1968 è partita alla volta dell’Africa, per la Tanzania prima e per il Malawi dopo. Grazie all’impegno di suor Anna, il carcere di Chicchiri è diventato un luogo speciale dove grazie allo studio, alla formazione professionale (ci sono laboratori di cucito e di falegnameria) e all’educazione della persona a 360 gradi, i detenuti possono avere l’occasione per dare una svolta alla loro vita. Spiega la missionaria che “la scuola e la formazione educativa sono per me ‘l’autostrada per il cambiamento’ perché se una persona si impegna a studiare e arriva all’esame di Stato con risultati buoni, nelle condizioni di vita del carcere, significa che vuole cambiare davvero la sua vita. Nel carcere c’è la scuola a cominciare dalla prima elementare fino al quarto anno delle superiori”.

Fino allo scorso anno molte lezioni si svolgevano all’aperto sotto il sole, anche nelle ore più calde, o sotto la pioggia. “Ora abbiamo una struttura in muratura che ospita gli studenti” e questo è “un aiuto grandissimo che abbiamo potuto dare, grazie alla solidarietà di tutti. Siamo partiti con l’impegno di persone di buona volontà e di alcuni carcerati a cui nessuno avrebbe dato fiducia e lavoro fuori. E questo è quello che, grazie alla Provvidenza, abbiamo realizzato”.

Sinodo per l’Amazzonia: card. Gracias, “si può fare molto di più per promuovere il ruolo delle donne”

Mer, 23/10/2019 - 17:30

“Il diritto canonico e la teologia possono fare molto di più per promuovere il ruolo delle donne nella Chiesa”. Ne è convinto il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay, che rispondendo alle domande dei giornalisti – durante il briefing di oggi sul Sinodo per l’Amazzonia in Sala stampa vaticana – ha ricordato che “il diritto canonico, per le donne, prevede tutto, tranne che ascoltare la confessione e celebrare la messa”. “Ci sono tante cose in più che si possono fare per le donne, e dobbiamo farlo”, la tesi del cardinale, che ha sottolineato: “Il Papa vuole un decentramento. Noi vescovi non stiamo sfruttando tutte le possibilità che abbiamo a disposizione per promuovere questo processo”. “Nella Chiesa, chi porta avanti il processo di evangelizzazione e di cura sono le donne”, ha testimoniato suor Roselei Bertoldo, della rete “Un grido per la vita”, impegnata nella lotta al traffico di persone: “Noi siamo la Chiesa e facciamo la Chiesa: il fatto che siamo state chiamate al Sinodo non solo a partecipare, ma ad essere parte attiva del processo sinodale è un frutto del fatto che noi reclamiamo di diventare protagoniste”. “Noi chiediamo di partecipare più efficacemente anche a livello delle decisioni”, l’appello della religiosa: “Stiamo cominciando a fare questo camino: non stiamo zitte, vogliamo uno spazio e cominciamo a costruire questo spazio”.

“Il ruolo attivo delle donne nella vita della Chiesa non è proibito”,

ha fatto notare don Zenildo Lima da Silva, rettore del seminario São José di Manaus e vice presidente dell’Organizzazione dei seminari e istituti del Brasile: “Le nostre strutture sono fatte in tal modo che solo certe persone hanno un potere decisionale, ed è questo che dobbiamo cambiarle. Il Consiglio pastorale in parrocchia, ad esempio, ha un potere solo consultivo, ma niente e nessuno impedisce che diventi deliberativo”. “Il processo sinodale non è solo camminare insieme, ma camminare insieme e decidere insieme, se non vogliamo zoppicare”, ha concluso don Lima da Silva: “E questo significa che bisogna riconoscere alle donne anche un ruolo decisionale”. Mons. Ricardo Ernesto Centellas Guzmán, vescovo di Potosí e presidente della Conferenza episcopale della Bolivia, ha citato l’esempio della sua vicaria pastorale: “Il modo in cui chiama la comunità a partecipare è diverso da come lo potrebbe fare un uomo: non cerca di imporre le proprie idee, ma convoca le persone per avere suggerimenti. È la comunità che ha un potere decisionale, non soltanto alcune persone”.

“In tutti i Paesi dell’America Latina si possono attivare politiche pubbliche per offrire assistenza alle persone vittime della tratta”.

A lanciare la proposta è stata suor Bertoldo. “Il Sinodo porta la sua attenzione sugli abusi, sullo sfruttamento delle donne e sulla tratta degli esseri umani”, ha testimoniato la religiosa: “è un modo per dare visibilità a questa realtà”. In Brasile, ha raccontato suor Roselei, “la tratta è un delitto molto invisibile e poco notificato”. Quello di “Un grido per la vita” è dunque “un lavoro di sensibilizzazione e formazione delle persone, affinché siamo in grado di denunciare la realtà di cui sono vittime. Molte donne non hanno il coraggio, perché si tratta di un reato che toglie loro la dignità. Così finiscono per cadere in una trappola: quando prendono coscienza del loro sfruttamento, perdono la dignità e non riescono a denunciare. Parallelamente c’è il traffico della droga”. “Il nostro è un lavoro di sensibilizzazione delle donne e delle bambine perché riconoscano le forme di abuso e sfruttamento”, ha spiegato la religiosa soffermandosi sull’importanza del lavoro in rete, ad esempio nelle parrocchie, per allertare i giovani sulle forme di adescamento, la più estesa della quale è via social.

“Non ci sono problemi dal punto di vista teologico e liturgico”.

Così il card. Gracias ha risposto ad una domande dei giornalisti sulla possibilità, ventilata durante il Sinodo, di introdurre un “rito amazzonico”. Sulla necessità di “rivedere quanto fatto finora” per la formazione dei seminari si è soffermato anche don Lima da Silva. “Non si tratta di costruire ricette, ma di ripensare un percorso partendo dalla dinamica della sinodalità”, ha spiegato Lima da Silva a proposito di Manaus, città di due milioni di abitanti con oltre 50 seminaristi provenienti dalle grandi metropoli ma anche dalle comunità fluviali e indigene. “L’Amazzonia è un’armonia di vita: da loro ho imparato a vivere nel cuore della regione senza distruggerla”. Lo ha detto ai giornalisti mons. Gilberto Alfredo Vizcarra Mori, vicario apostolico di Jaén e vescovo titolare di Autenti, in Perù: “Mi sono preparato al Sinodo andando a vivere per un mese nella foresta. Ho parlato con le comunità, ho vissuto con loro: non sono andato per insegnare, devi dipendere da loro per vivere nella foresta amazzonica. Sono rimasto sorpreso di vedere come siamo lontani da queste popolazioni: loro non si sentono i padroni, ma i guardiani della foresta. Noi invece ci sentiamo i padroni, in grado di modificare le cose senza pensare alle conseguenze, che possono essere positive o negative”.

Libano. Padre Karam (Caritas): “basta promesse, è tempo di fatti concreti”. Rischio infiltrazioni nelle proteste

Mer, 23/10/2019 - 16:55

“Il popolo ha ragione a manifestare per esprimere il proprio dissenso sulle scelte politiche che negano anche i diritti minimi.

Basta con le promesse, è tempo di fatti concreti”.

Padre Paul Karam
foto SIR/Marco Calvarese

Padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano, sintetizza al Sir l’appello lanciato oggi dall’assemblea dei patriarchi e vescovi libanesi, cattolici, ortodossi e di altre denominazioni cristiane, al termine di una riunione tenutasi a Beirut. All’ordine del giorno le proteste popolari contro il carovita e la corruzione che da giorni stanno riempiendo strade e piazze in moltissime città del Paese.

“Il Governo – dice il presidente della Caritas, riferendosi direttamente alla dichiarazione finale dell’assemblea – ha il dovere e la responsabilità ultima di operare riforme e cambiamenti per dare risposte concrete al popolo; il popolo, a sua volta, deve essere fedele alla sua storia e non lasciarsi andare in atteggiamenti violenti, facilmente strumentalizzabili, ma protestare pacificamente per chiedere ciò che è giusto. Provocare il caos porterebbe il Paese in una via senza uscita;

la comunità internazionale, infine, è chiamata a sostenere il Libano nell’accoglienza dei rifugiati siriani (1,5 milioni) e non restare a osservarlo mentre brucia”.

Alcuni dati. Tornando sulle manifestazioni in corso, il presidente di Caritas Libano, sottolinea che “il popolo libanese sta diventando sempre più povero e non può sostenere il peso delle tasse”. Qualche dato Caritas: “prima del 2011 i libanesi al di sotto della soglia di povertà erano il 6,5%, ora sono oltre il 39,5%; i disoccupati sono passati dal 6% al 38%”. Altre statistiche parlando del debito pubblico del Libano come uno dei più alti al mondo, pari a oltre il 150% del prodotto interno lordo. Il salario minimo mensile è sotto i 300 euro al mese. Si stima che un milione e mezzo di abitanti viva con circa 108 euro al mese (3,5 euro circa al giorno), a fronte di compensi ai politici che variano tra i 7 e i 12mila euro mensili. Per ripianare il debito pubblico il Governo, guidato da Hariri, ha provato a imporre nuove tasse, tra cui quelle su tabacco e benzina, arrivando a proporre una gabella sulla messaggistica WhatsApp di 6 dollari al mese.

Malgoverno trentennale. “I manifestanti, di tutte le fedi, etnie e idee politiche, chiedono soprattutto il lavoro e la fine della corruzione. Questo non significa prendersela con i rifugiati siriani, la loro dignità va rispettata, ma vogliono che la comunità internazionale aiuti il loro Paese a sostenere questo peso”.

“La gente chiede acqua, medicine, energia elettrica, trasporti, istruzione, assicurazione sociale e giustizia: chi è corrotto, chi ha rubato venga processato da tribunali indipendenti e non politicizzati e restituisca indietro tutto il denaro trafugato. Durante gli anni della presenza dell’esercito siriano in Libano (le ultime truppe siriane sono uscite nel 2005, dopo 29 anni di presenza, ndr.) tanti hanno approfittato di questa situazione per arricchirsi”.

Si tratta, dunque, di “proteste frutto di un malgoverno trentennale che parte dagli accordi di Taif (ottobre 1989) siglati per mettere fine alla guerra civile in Libano (1975-1990). I governi che si sono succeduti da allora – spiega il sacerdote – sono stati caratterizzati da corruzione e clientelismo, per nulla votati al bene del Paese e del popolo, quanto piuttosto al benessere personale o del proprio centro di potere”.

“Restare un messaggio”. Non deve sorprendere, allora, la disaffezione dei libanesi verso la politica: “è altissima – dice padre Karam –, alle ultime elezioni parlamentari del 6 maggio 2018 ha votato solo il 49,2% degli aventi diritto. Soprattutto i giovani hanno disertato le urne. Un messaggio non recepito dalla politica”. Adesso il rischio “è cadere in un vuoto politico. Lo abbiamo già sperimentato nei due anni e mezzo durante i quali non abbiamo avuto il presidente della Repubblica.

Dobbiamo cercare vie di dialogo per uscire presto da questa situazione nella quale possono infiltrarsi persone e gruppi che non vogliono il bene del Paese. Le strumentalizzazioni politiche e religiose di questa protesta popolare sono da evitare.

Ripeto: il popolo grida e manifesta quando non ha un lavoro, una casa, quando non ha garantiti i diritti di base, quando non vede un futuro sostenibile, quando subisce una corruzione diffusa”.

“Il popolo vuole vivere in dignità e in giustizia”.

“Il Libano, come disse Papa Giovanni Paolo II nel suo viaggio nel nostro Paese nel 2000 – ricorda padre Karam – ‘non è un Paese, ma è un messaggio’ di convivenza e di solidarietà, un esempio di multiculturalità pacifica e libera. La comunità internazionale – conclude – ci aiuti a restare questo ‘messaggio’”.

Perché si protesta in Cile? Barlocci (Università Cattolica del Norte), “il 90% della popolazione non arriva a fine mese”

Mer, 23/10/2019 - 16:45

Il presidente del Cile Sebastiàn Piñera ha chiesto oggi “perdono” per non aver compreso la drammaticità della situazione sociale e annunciato una serie di proposte per “una agenda sociale di unità nazionale”. Dieci le misure annunciate, tra cui interventi sulle pensioni, le spese sanitarie, il salario minimo e imposte sulla ricchezza. Proprio stamattina Papa Francesco, al termine dell’udienza, si è detto preoccupato per le vicende cilene: “Mi auguro che, ponendo fine alle violente manifestazioni, attraverso il dialogo ci si adoperi per trovare soluzioni alla crisi e far fronte alle difficoltà che l’hanno generata, per il bene dell’intera popolazione”. E sono proprio le sperequazioni economiche, la fatica dei cileni di arrivare a fine mese, “la goccia che ha fatto traboccare il vaso” che ha dato origine alle manifestazioni dei giorni scorsi: 15 i morti e migliaia i feriti e gli arresti, tra devastazioni e saccheggi. Ce ne parla da La Serena, in Cile, Alberto Barlocci, giornalista e docente di filosofia del diritto dell’Università Cattolica del Norte nella sede di Coquimbo. La Serena e Coquimbo, dove abitano mezzo milione di persone, sono tra le città dove è in vigore il coprifuoco. In cinque o sei regioni è stato decretato lo stato d’emergenza. “Appena il 10% delle persone guadagna a sufficienza per riuscire ad arrivare a fine mese – fa notare -. Il 90% non ci arriva e la metà dei lavoratori ha uno stipendio al di sotto della soglia della povertà”.

Alberto Barlocci

Possibile che manifestazioni così violente siano state innescate solo dall’aumento dei biglietti della metro?

L’aumento dei biglietti della metro non avrebbe potuto scatenare quello che è successo. Si trattava di soli 5 centesimi di dollaro. Ma quei 5 centesimi sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Era l’ultimo anello di una catena di abusi commessi contro la gente, che fatica ad arrivare a fine mese pur lavorando.

Ad un certo momento la popolazione si è resa conto che non si governa per loro ma solo per alcuni. All’inizio sono state reazioni spontanee. Non ci sono dietro organizzazioni mefistofeliche come è stato detto. Nella gran parte dei casi – e forse è questo uno degli aspetti più problematici – non c’è nessuno dietro. Non c’è un movimento sociale che si possa identificare per cominciare a negoziare. Non ci sono partiti o organizzazioni della società civile dietro questa protesta e questo è molto pericoloso perché non si capisce bene con chi cominciare a dialogare.

La popolazione si è quindi stancata e protesta?

Sì, è una protesta generalizzata. Poi in situazioni di questo tipo si infilano gruppi estremisti di destra e di sinistra, che sono felici del caos e ne approfittano per saccheggiare. Questo spiega anche l’irrazionalità di centinaia di saccheggi. Nessuno ha danneggiato qualche grande marca o catena, che sono assicurate e non perderanno soldi. Purtroppo incendiando i supermercati hanno perso il lavoro centinaia di persone. Una settimana prima il presidente Sebastiàn Piñera aveva affermato che il Cile è un oasi di pace in una America Latina piena di tensioni. Invece domenica ha detto che eravamo in guerra. Ammette però che c’è una protesta legittima da parte della maggioranza dei cileni. Una delle parole più usate in questi giorni è abuso: le assicurazioni sanitarie crescono senza spiegazioni; i costi di alcuni servizi aumentano mentre le stesse aziende presentano bilanci con utili fantastici; si pagano mutui o prestiti bancari con tassi del 20 o 22% in un Paese in cui l’inflazione è all’1,5%. Questo non si spiega.

Quali sono le disuguaglianze più forti?

C’è una situazione in cui

una parte della società, l’1% del Paese, vive in una isola di pace perché ha nelle mani gran parte della ricchezza prodotta. Noi siamo 17 milioni e mezzo di abitanti ma 11 milioni sono indebitati e più di 4 milioni e mezzo sono morosi, ossia hanno debiti e non sanno come pagarli.

Una delle pubblicità più frequenti in tv è quella degli studi di avvocati che difendono i debitori da creditori troppo vampiri. Gli stipendi sono bassissimi. E siccome c’è una idea meritocratica della società chi parte avvantaggiato e può pagarsi studi universitari e master all’estero arriverà ad incarichi di responsabilità molto alti, guadagnando molto. Questa sperequazione è molto forte. La piramide degli stipendi in Cile, ad esempio, ci dice che appena il 10% delle persone stipendiate guadagna a sufficienza per riuscire ad arrivare a fine mese. Il 90% non ci arriva e la metà dei lavoratori ha uno stipendio al di sotto della soglia della povertà, ossia 400 pesos cileni. Avere uno stipendio in Cile purtroppo non ti assicura che non sarai povero.

Potrebbero essere le prime avvisaglie di una rivoluzione che cova in profondità?

È difficile prevedere se possa essere o meno una rivoluzione. Ma al di là delle teorie cospirative, che non mancano mai, siamo di fronte ad una situazione caotica senza una controparte che rappresenti tutto questo: né i partiti politici, né la Chiesa che, mentre durante la dittatura era stata una istituzione prestigiosa, oggi appare invece indebolita in seguito al recente scandalo degli abusi.

Abbiamo visto immagini tremende della repressione, denunciata anche dalle organizzazioni per i diritti umani. Tornano i fantasmi del passato o è qualcosa di diverso?

Stiamo attenti con i filmati perché non si vede il momento prima degli arresti. Ne ho visto uno con i militari insultati pesantemente. Non escludo che ci siano abusi ma non generalizzerei. Siamo in uno Stato di diritto. Le organizzazioni umanitarie si riferiscono al momento degli arresti. Teniamo conto che costituzionalmente è stato decretato lo stato d’emergenza per cui le manifestazioni non sono permesse. Perciò chi manifesta sta sfidando la legge e il coprifuoco. Poi accadono eccessi da entrambe le parti: l’altro ieri hanno svaligiato un negozietto molto umile del centro, ora iniziano a saccheggiare anche le case private.

Ora il presidente Piñera ha fatto dietrofront e chiesto perdono. Come potrà evolvere la situazione?

Il presidente ha sbagliato a decretare lo stato d’emergenza e mandare l’esercito nelle strade. Pressato dalla destra che lo invitava a garantire l’ordine pubblico non ha capito che va compreso il malessere delle persone e intervenire per cambiare certe situazioni che stanno diventando abusi.

La favola del successo cileno, nata durante il periodo della dittatura, ha eroso il terreno della solidarietà sociale.

Siamo una somma di individui non una società. Anche economisti delle università cattoliche difendono questo tipo di ordine sociale. Difficile partire dal bene comune quando legiferi o pensi alla riforma tributaria, all’educazione o alla salute. C’è la sfida di ricostruire un tessuto sociale in cui la gente senta veramente che fa parte di un progetto politico di Paese che arriva anche a loro.

Gli intellettuali sono in allerta o minimizzano?

I più attenti e sensibili se ne rendono conto. Alcuni no perché hanno stipendi profumatissimi e vivono su un altro pianeta. Non stiamo vedendo una reazione generale e cosciente della società civile. Nemmeno gli atenei cattolici hanno partecipato al processo sociale indicato da Papa Francesco. Anzi hanno favorito uno status quo di disuguaglianze e sperequazioni tremende, aiutando a considerarlo come un fenomeno naturale che fa parte della natura delle cose. La dottrina sociale non viene applicata.

Protests in Chile. President of the Bishops’ Conference: “The deep malaise of families and individuals has not been considered”

Mer, 23/10/2019 - 10:58

Strong condemnation of the violence that in the recent protests resulted in the death of 15 people, coupled by the belief that the “deep malaise” had not been taken into consideration. Now it is necessary to “take stock of the true face” of the country, and everyone should be “invited to engage in dialogue on the Chile we want.” The President of the Chilean Bishops’ Conference (CECH), Monsignor Santiago Silva Retamales, Bishop of Castrense, called upon his people and the ruling class to analyse in depth the latest developments and to promote reconciliation, while President Sebastián Piñera and all the political parties took a seat around the dialogue table, with a view to formulating a shared social policy agenda. The present situation was preceded by a set of terrible incidents: the capital Santiago and other cities were devastated, subway stations were destroyed, shops were set on fire, churches were also attacked, including the cathedral of Valparaíso, amidst curfews, roadblocks and tanks on the streets. Things have started to normalise, but the tension remains high. Dockworkers are in a state of unrest and a general strike is planned for today. In this context, the President of the Chilean Bishops’ Conference offered his words and appeals.  

Your Excellency, seen from Europe, the latest incidents were a sudden thunderclap that shook the skies. It is so or were there warning signals?

Warnings on the risk of growing inequality have long been issued by various organisations. Among them, the Chilean Bishops’ Conference. In our pastoral letter titled “Chile, a home for all”, published in 2017, we pointed out: “Social disparities, unemployment, especially youth unemployment, job insecurity caused by the non-enforcement of labour laws, low wages and very low retirement pay produce a great deal of frustration and anger that escalate into acts of violence. On the opposite end there are groups that, due to their social position and wealth, exercise their power by defending their interests, sometimes illegitimately, violating ethical standards and breaching the law in order to obtain higher revenues and, as a consequence, perpetuating inequalities.” As a result of our pastoral activity we have been accompanying the lives of people in difficult circumstances, but our efforts were not enough to bridge the gap of inequality and avoid the suffering of so many people.  

As bishops, you have already condemned the violence. In your opinion, is it confined to minority groups? Or is the social unrest so widespread?

We strongly condemn all forms of violence. It undermines our coexistence and worsens our civic friendship and social peace, which are fundamental to establishing agreements for the common good with the participation of the population’s majority. The social malaise may be understood as a result of the many precarious situations that people are forced to face.  

We must identify the origin of the violence in order to prevent it, contain it and bring about civic, human and, if possible, constitutional solutions in order to confront and resolve our differences.  

These painful events require that, as a society, we cultivate a culture of encounter, capable of empathically listening to and sharing the daily suffering and discomfort in Chilean society in the areas of employment, health, safety, education, housing insecurity, pensions, conditions of poverty and the humanitarian challenges of immigration, as we expressed in the Declaration of the Standing Committee of 19 October last.  

If the protest were conducted peacefully, would there be any reason for it?

Many people have expressed their discontent in a peaceful manner. We believe that everyone can make a meaningful contribution and that authorities, especially politicians, in their different areas of responsibility, should listen to the voice of their people.  

It’s hard not to think that organized groups have orchestrated the outburst of violence. Does someone have an interest in destabilising Chile?

As a Church, it is not our job to examine this aspect. Some people think that this is actually the case. But, as pastors, the focus of our action is the concern for those who are suffering, ensuring spiritual accompaniment and trying to meet their most urgent needs, making sure that they know that they can count on us.  

In the coming weeks, the world’ s attention will be focused on Chile, which will host the Climate Change Conference – Cop25. Is there any hope that the situation will be resolved before this event?

Yes, we hope that by then we will have established a social dialogue that is truly centred on the people, on their coexistence and way of living in what is everyone’s home or country, for a civic friendship based on the common good. This means that the political, social and economic players can leave aside their particular interests and work on common projects, which most of us identify with.

Curfew and tanks on the streets… European newspapers wrote that it had never happened since Pinochet’s rule. Is it a simplification?

Since the establishment of a democratic system it occurred only in connection with emergency situations, such as the earthquake and the tsunami of 2010, or the Santa Olga fires in 2016. The difference this time is that it is not due to an unpredictable catastrophe, as in the past, but to the failure to recognize a profound malaise among people and families, affected by unjust inequalities and daily practices which they consider abusive, affecting the most vulnerable groups in particular. 

The well-known, increasing conditions of prosperity in Chile are enjoyed only by a privileged few, but the poor can’ t be kept waiting.  

What is your appeal to the Chilean people, especially to politicians and the armed forces?

It is time to honestly address our achievements and successes, our conflicts and failures. Government authorities and political parties, in particular, as well as civil society and its organizations, universities and intellectuals, the same organizations must conduct a dialogue on the country we want, embark on the construction of a society that everyone can consider their own. We should all work together for the protection of our most precious common good. 

Proteste in Cile. Presidente dei vescovi: “Il profondo malessere di persone e famiglie non è stato considerato”

Mer, 23/10/2019 - 10:58

Forte condanna della violenza, che nelle manifestazioni di questi giorni ha portato alla morte di 15 persone. Ma anche la convinzione che il “profondo malessere” non è stato preso in considerazione. Ora bisogna “guardare in faccia” la realtà del Paese e tutti siano “chiamati a dialogare sul Cile che vogliamo”. È un appello a leggere in profondità quanto è accaduto e alla concordia, quello che il presidente della Conferenza episcopale cilena (Cech), mons. Santiago Silva Retamales, vescovo castrense, rivolge al suo popolo e alla classe dirigente nel momento in cui ha preso avvio il dialogo tra il presidente Sebastián Piñera e tutti i partiti politici, per mettere a punto un’agenda condivisa di politiche sociali. Alle spalle, giorni tremendi: la capitale Santiago e altre città messe a ferro e fuoco, stazioni della metropolitana distrutte, blocchi stradali, negozi incendiati, assalti anche ad alcune chiese, tra cui la cattedrale di Valparaíso, coprifuoco e carri armati sulle strade. La situazione ha cominciato a normalizzarsi, ma la tensione resta alta. I lavoratori portuali sono in stato di agitazione e per oggi è previsto uno sciopero generale. In questo contesto arrivano le parole e gli appelli del presidente dei vescovi cileni.

Eccellenza, visti dall’Europa, gli ultimi avvenimenti sono sembrati un fulmine a ciel sereno. È così o c’erano invece segnali d’allarme?
Allarmi sulla diseguaglianza erano stati manifestati da tempo da parte di diverse organizzazioni. Tra queste, anche la Conferenza episcopale cilena. Nella nostra lettera pastorale intitolata “Cile, una casa per tutti”, pubblicata nel 2017, segnalavamo: “La differenza tra le classi, la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, la precarietà lavorativa per la mancanza di applicazione delle leggi sul lavoro, i bassi stipendi dei lavoratori e la bassissime pensioni producono molta frustrazione e rabbia e queste generano violenza. Dall’altra estremità ci sono gruppi che, per la loro posizione sociale e la loro ricchezza, esercitano un potere reale difendendo i loro interessi, a volte in modo illegittimo, arrecando una ferita all’etica e anche infrangendo la leggi per ottenere maggiori rendite particolari e, come conseguenza, mantenendo le diseguaglianze”. A partire dalla nostra azione pastorale abbiamo accompagnato la vita delle persone che stanno vivendo momenti difficili, però gli sforzi non sono stati sufficienti per colmare il divario della diseguaglianza ed evitare la sofferenza di tanta gente.

Voi vescovi avete già condannato la violenza. A suo avviso, tale metodo appartiene a gruppi minoritari? O il malessere sociale è realmente tanto grande?
Condanniamo in modo deciso ogni tipo di violenza, perché essa compromette la nostra convivenza e peggiora la nostra amicizia civica e la pace sociale, fondamentali per costruire accordi in ragione del bene comune e con la partecipazione della maggioranza. Il malessere sociale si comprende a causa delle diverse situazioni di precarietà che le persone sono costrette ad affrontare.

Dobbiamo cercare le radici della violenza per prevenirla, contenerla e generare forme civiche, umane e, se possibile, anche costituzionali per farci carico delle nostre differenze e dare loro soluzione.

Questi fatti dolorosi esigono che come società coltiviamo una cultura dell’incontro, che sia capace di ascoltare e condividere in modo empatico le sofferenze e il malessere di ogni giorno vissuti nella società cilena negli ambiti del lavoro, della salute, della sicurezza, dell’educazione, della precarietà abitativa, delle pensioni, delle situazioni di povertà e delle sfide umanitarie dell’immigrazione, come abbiamo affermato nella Dichiarazione del Comitato permanente dello scorso 19 ottobre.

Quindi la protesta, se portata avanti in modo pacifico, avrebbe delle ragioni?
Sono molti coloro che hanno manifestato il loro scontento in modo pacifico. Pensiamo che tutti abbiano un contributo da offrire e che le autorità, in particolare i politici, nelle loro diverse aree di responsabilità, debbano sapere ascoltare la voce della loro gente.

Difficile non pensare che ci siano gruppi organizzati dietro agli episodi di violenza. Qualcuno ha interesse a destabilizzare il Cile?
Non è nostro compito, come Chiesa, prendere in esame questo aspetto. Alcuni pensano che effettivamente sia così. Ma, come pastori, il centro della nostra azione è la preoccupazione per coloro che soffrono, accompagnandoli spiritualmente e nei loro bisogni immediati. Fare sapere loro che possono contare su di noi.

Gli occhi del mondo saranno nelle prossime settimane puntate sul Cile, che ospiterà la Cop25, la Conferenza mondiale sul clima. Si può sperare che la situazione si risolva prima di questo evento?
Sì, speriamo che prima di quella data possiamo raggiungere un dialogo sociale realmente incentrato sulle persone, sul loro modo di convivere e abitare quella che è la casa o il Paese di tutti, e su un’amicizia civica basata sul bene comune. Ciò significa che gli attori politici, sociali ed economici possano prescindere dai loro interessi particolari e lavorare a progetti consensuali, in cui la maggior parte di noi si riconosca.

Coprifuoco e carri armati per le strade… in Europa i giornali hanno scritto che è la prima volta che ciò accade dai tempi di Pinochet. È una semplificazione?
Da quando c’è la democrazia era accaduto solo nel contesto di situazioni di emergenza, come il terremoto e lo tsunami del 2010, o gli incendi a Santa Olga nel 2016. La differenza, stavolta, è che ciò non accade per una catastrofe imprevista, come in precedenza, ma per non aver considerato che vi era un profondo malessere di persone e famiglie, colpite da disuguaglianze ingiuste e da pratiche quotidiane che considerano abusive, perché in particolare feriscono i gruppi più vulnerabili.

Il contesto riconosciuto e crescente del benessere in Cile vale solo per alcuni e non per tutti, ma i poveri non possono continuare ad aspettare.

Quale appello rivolge al popolo cileno e, in particolare, ai politici e alle Forze armate?
È tempo di guardare in faccia, con verità, le nostre ricchezze e successi, i nostri conflitti e fallimenti. Le autorità e i partiti politici, in particolare, ma anche la società civile e le sue organizzazioni, università e intellettuali, le stesse organizzazioni devono dialogare sul Paese che vogliamo, intraprendere la costruzione di una società che tutti possiamo sentire come nostra, tutti dobbiamo impegnarci a prenderci cura del nostro bene comune più prezioso.