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Servizio Informazione Religiosa
Aggiornato: 2 ore 17 min fa

Pontificia università lateranense e statale di Perugia: un’intesa che vale doppio

3 ore 26 sec fa

L’università è un luogo sociale dinamico perché riflette le trasformazioni nel tempo e si basa sul concetto di progresso. È sufficiente scorgerne ruoli e funzioni nella storia per comprendere che, dal medioevo alla contemporaneità, essa è diventata sempre più spazio di crescita umana e culturale per tutti coloro che hanno l’opportunità e il privilegio di frequentarla. Esiste una tipologia unica di università che, oltre a focalizzare ricerca e insegnamento sull’uomo e sulla cultura, sbilancia il proprio agire su uno stile originato e derivato dall’esperienza religiosa. Stiamo parlando degli atenei pontifici, vere e proprie universitas studiorum, spazi integrati di discipline di studio, aventi come denominatore comune la prospettiva teologica che si allarga ad altre discipline come la filosofia, il diritto, le scienze umane e sociali.

Anche le realtà accademiche pontificie, da qualche anno si stanno ripensando, sollecitate in primis dall’adesione (della Santa Sede) al “Bologna process”, il processo di armonizzazione dei sistemi universitari europei finalizzato a creare un’area comune dell’istruzione superiore. E poi dalla Costituzione Apostolica “Veritatis gaudium”, con la quale papa Francesco auspica un “rinnovamento sapiente e coraggioso degli studi ecclesiastici richiesto dalla trasformazione missionaria di una Chiesa in uscita”.

Questo non vuol dire adeguarsi pedissequamente al circostante, riproducendo passivamente il mondo universitario tout court. Ma significa progettare percorsi di studio in grado – scrive ancora il Pontefice nel documento magisteriale – di fronteggiare “il cambiamento d’epoca” in corso che prevede competenze nuove e diverse, capaci di intercettare la complessità dell’esistente e tradurla in prassi, occasioni di lavoro e di futuro.

Ma oltre alle skills teorico-pratiche è necessario che i titoli delle università pontificie abbiano un riconoscimento che finora è esistito a livello internazionale e che si va gradualmente formalizzando nel nostro Paese soltanto dal 13 febbraio 2019 (giorno in cui è stato firmato l’accordo tra Italia e Santa Sede per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio della formazione superiore).

In questa cornice aperta dal Processo di Bologna, si inserisce l’intesa che la Pontificia Università Lateranense ha stipulato con l’ateneo statale di Perugia per il rilascio di un doppio di titolo di Laurea Magistrale/Licenza in Filosofia. A partire dal prossimo anno accademico 2020-2021, gli studenti iscritti ai bienni specialistici in Filosofia delle due istituzioni, potranno seguire un programma congiunto e integrato, finalizzato al conseguimento di un doppio titolo valido in Italia e nell’ordinamento universitario europeo. Questa possibilità va ad aggiungersi ai cicli di studi proposti dalla Lateranense e già riconosciuti dallo Stato Italiano: il corso di laurea magistrale in Giurisprudenza attivo dal 2004 e il “3+2” (triennale e magistrale) in Scienze della Pace e cooperazione internazionale partito ad experimentum lo scorso anno accademico e fortemente voluto dal Santo Padre. Ma non finisce qua. Il prossimo anno debutterà nell’ambito della Facoltà teologica dell’Università del Laterano il percorso biennale in “Teologia interconfessionale in prospettiva ecumenica e comunionale”. La frequenza dei due anni darà anzitutto la possibilità di conseguire (per coloro che hanno un titolo pregresso di baccalaureato in teologia) la licenza canonica in Teologia. Per chi ha invece una laurea magistrale sarà possibile ottenere un Diploma equivalente a una laurea magistrale.

Il Bilancio Ue non è burocrazia, sono le regole di condominio

3 ore 8 min fa

Quella diffusa necessità di ripartire con una vita normale, possibilmente in forma più intelligente e con meno sprechi, ha bisogno di costruire un modello economico che non si può inventare in pochi mesi di emergenza. Tornare al “tutto come prima” può apparire più facile e più rapido rispetto alla sfida di “tornare meglio di prima”. Il Governo è impegnato in un Piano di rilancio che può contare su risorse interne e su prestiti a basso costo e flussi a fondo perduto dell’Unione europea. Di questo si sta discutendo a Bruxelles anche se formalmente il confronto è sul Bilancio Ue: quantità, ripartizione e controlli, quest’ultimo – come è noto – è un tema delicatissimo. Sul denaro che arriverà in forma gratuita, e ancor più sul denaro che arriverà in forma di prestito, i Governi hanno il dovere di non sprecare l’oggi e non indebitare il domani. A grandi linee il percorso seguito in Italia è quello del miglioramento delle infrastrutture, una miglior quantità e qualità della digitalizzazione, produzione e distribuzione di merci più ravvicinate a vantaggio dell’ambiente con minori sprechi energetici.

Il lunghissimo elenco di interventi su strade e ferrovie (auto e treno quindi) rimette in movimento il comparto delle costruzioni con un intervento talmente diffuso da non non scontentare nessuno. Riappare il ponte sullo Stretto ma solo come idea, più concreto l’intervento sulle ferrovie.

Per i privati ci sono buone opportunità di intervento sulla qualità delle abitazioni, con un superbonus conveniente per la prima e seconda casa (e anche per edifici adibiti ad attività sociali) purché i lavori permettano di guadagnare due livelli di qualità energetica del condominio. Il “tutti al chiuso” imposto dalla pandemia ha fatto emergere che la qualità delle connessioni internet può dividere la popolazione tra chi può fare telelavoro o studio a casa e chi si stacca dal gruppo per collegamenti inadeguati. La circolazione delle merci e delle persone è stato ed è un valore di civiltà, di collegamento storico fra i popoli e non può essere relegato a un turismo di poche ore o ai voli cargo carichi di ortofrutta più o meno esotica. Il “farm to fork” (la vicinanza della fattoria alla forchetta, la produzione vicina al consumo) impostato dall’Unione europea è un percorso di accorciamento delle distanze che descrive il futuro e non agricoltura nostalgica.

Con l’emergenza non ancora superata, l’Unione europea sta discutendo la sua casa comune, i conti di famiglia, che vincoli dare all’impressionante disponibilità di denaro messa in circolazione.

Alla fine i nodi sono quelli di sempre: se i soldi sono di tutti gli europei, i Governi e i Parlamenti nazionali ne possono disporre con discrezionalità totale? Se la crisi sanitaria ha colpito alcuni Paesi più di altri quanto sforzo deve essere fatto per rimetterli a camminare? Se nella casa comune europea tutti hanno il diritto di veto si resta bloccati? È corretta la concorrenza fiscale tra gli abitanti dello stesso condominio?
Nella girandola di incontri di queste ore fra i capi di Governo si discute di tanti miliardi di euro ovviamente. Ognuno tira il suo pezzo di coperta per non apparire debole agli occhi degli elettori nazionali e per garantirsi il massimo delle risorse per una fase di rilancio meglio gestibile.

Mattarella e Pahor: è il tempo di una memoria reciprocamente “donata”

5 ore 33 min fa

“La storia non si cancella e le esperienze dolorose, sofferte dalle popolazioni di queste terre, non si dimenticano.
Proprio per questa ragione il tempo presente e l’avvenire chiamano al senso di responsabilità, a compiere una scelta tra fare di quelle sofferenze patite, da una parte e dall’altra, l’unico oggetto dei nostri pensieri, coltivando risentimento e rancore, oppure, al contrario, farne patrimonio comune, nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione, amicizia, condivisione del futuro.
Al di qua e al di là della frontiera – il cui significato di separazione è ormai, per fortuna, superato per effetto della comune scelta di integrazione nell’Unione Europea – sloveni e italiani sono decisamente per la seconda strada, rivolta al futuro, in nome dei valori oggi comuni: libertà, democrazia, pace”.
Assumono un valore ancora più alto e particolare le parole pronunciate ieri a Trieste dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’incontro con il presidente della Slovenia Borut Pahor: espressioni non scontate soprattutto in questa parte d’Europa, nei luoghi dove le ideologie ancora oggi utilizzano troppo frequentemente le sofferenze patite da migliaia di uomini e di donne per il proprio interesse.

La memoria può produrre frutti solo quando non viene utilizzata come una gabbia.

L’avanzare mano nella mano dei presidenti Mattarella e Pahor verso la storia (alla Foiba di Basovizza e al monumento ai caduti sloveni) è la rappresentazione simbolica ed eloquente del cammino compiuto negli ultimi 70 anni dalle genti di queste terre: c’è stato il tempo del rancore, della paura, della diffidenza ma poi, passo dopo passo, si è scoperto che procedere insieme ristabiliva quel legame che l’idiozia degli uomini aveva solo momentaneamente interrotto.

Un gesto che diveniva, per di più, un atto dovuto, un obbligo per istituzioni che sanno come tutto ciò risulti fondamentale per costruire un futuro diverso e migliore per le nuove generazioni.

Giungere ad una memoria condivisa delle vicende che hanno interessato il confine orientale del nostro Paese alla fine del secondo conflitto mondiale rimarrà ancora a lungo (o probabilmente per sempre) un’utopia. Forse è maturato veramente il tempo per una memoria reciprocamente “donata”.

Mattarella and Pahor: time for mutually “donated” memory

5 ore 33 min fa

“History cannot be erased and the painful experiences of the people of these lands cannot be forgotten. For this same reason our present and future times appeal to our sense of responsibility, to choose between turning those painful experiences into the sole focus of our thoughts, cultivating resentment and bitterness, or, on the contrary, transforming them into a common heritage, in memory and respect, fostering co-operation, friendship and creating the common ground for the future.

On both sides of the border – whose inherent sense of separation is fortunately outdated as a result of the common choice of integration into the European Union – Slovenians and Italians are resolutely looking to the future, in the name of today’s shared values: freedom, democracy, peace”.

The speech delivered yesterday in Trieste by the President of the Italian Republic, Sergio Mattarella, at the meeting with the President of Slovenia, Borut Pahor, has an even greater and special value. It is something that cannot be taken for granted, especially in this part of Europe, in places where ideologies still too frequently exploit the suffering endured by thousands of men and women for reasons of personal interest.

Memory can yield fruit only when it is not used as a cage.

President Mattarella and President Pahor advancing, holding hands, into historical memory (at the Foiba of Basovizza and at the monument to the fallen Slovenian soldiers) is a symbolic and eloquent expression of the journey made in the last 70 years by the people of these lands. There was a time of resentment, fear and mistrust. But gradually, step by step, it was discovered that moving forward together restored the bond that human madness had interrupted only momentarily.

Most importantly, this gesture has developed into a due deed, an obligation for institutions, in the awareness that it represents a fundamental factor in the creation of a different and better future for the younger generations.

For a long time to come (maybe forever) the shared memory of the events that afflicted Italy’s eastern border at the end of World War II will remain a utopian dream. Maybe the time has finally come for a mutually “donated” memory.