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Aggiornato: 2 ore 53 min fa

Anci e Ance sulla riforma del codice degli appalti per “facilitare la realizzazione di opere pubbliche”

Gio, 19/07/2018 - 17:32

Un “contributo costruttivo nel processo finalizzato a facilitare la realizzazione di opere pubbliche, attraverso semplificazioni, incentivi alla digitalizzazione e misure di trasparenza per il contrasto all’illegalità”. L’associazione dei Comuni italiani (Anci) e quella dei costruttori (Ance) hanno presentato un documento congiunto in dieci punti che guarda alla riforma del codice degli appalti, di cui si sta discutendo in queste settimane anche a livello politico-parlamentare. Un’inedita alleanza all’insegna dello slogan: far ripartire i cantieri per far ripartire l’Italia. Il codice degli appalti, varato nel 2016, ha rappresentato una novità importantissima per il nostro Paese, anche sul fronte della lotta alla corruzione. Ma nel tempo su 66 provvedimenti attuativi ne sono stati adottati meno della metà e nel complesso si è determinata una situazione normativa così complessa da rendere problematico spendere le importanti risorse che pure già esistono, con molti amministratori locali paralizzati dal timore di sbagliare e di incorrere in sanzioni penali e civili.

Dei dieci punti del documento, il primo è proprio quello della semplificazione.

Secondo Ance e Anci, occorre “prevedere un’unica fonte regolamentare per l’attuazione degli appalti, abrogando tutti i provvedimenti attuativi”, al fine di “dare certezza normativa”. “La semplificazione delle procedure – sottolinea Mario Occhiuto, sindaco di Cosenza e delegato Anci per l’urbanistica e i lavori pubblici – non è in contrasto con la trasparenza, anzi, è vero esattamente il contrario”. “Non vogliamo la politica della mani libere – affermano a loro volta i vertici dell’Ance – perché senza regole vincono solo i più forti, ma c’è bisogno di poche norme chiare e che non cambiano continuamente”. A questo proposito, nel documento si legge che “resta ferma la funzione di vigilanza, controllo e deflazione dell’Anac”, l’autorità nazionale anticorruzione. La materia è estremamente delicata. Dell’Anac, per esempio, non viene nominato quel “potere regolatorio” (cioè di emanare atti e linee-guida a carattere generale) che pure era stato salutato come un salto di qualità nella lotta alla corruzione. Allo stesso tempo il documento chiede di “potenziare il potere dell’Anac in sede di pre-contenzioso, prevedendo misure per l’utilizzo del parere vincolante”.

Anche altri punti del documento sono ovviamente discutibili, trattandosi di un contributo al dibattito.

Resta il fatto che il problema di “sbloccare i cantieri”, per usare la formula adottata dall’Ance, è estremamente reale e, pur con tutte le cautele per evitare il rischio di ritorni al passato, esige di essere affrontato con tempestività.

Insieme ai Comuni e ai costruttori, lo chiedono anche i sindacati. Pochi giorni fa è stato firmato il nuovo contratto dell’edilizia, un settore che in dieci anni di crisi ha perso 600 mila addetti e 120 mila imprese. Ebbene, in quella sede il presidente dei costruttori, Gabriele Buia, e i segretari generali di categoria Alessandro Genovesi (Fillea Cgil), Franco Turri (Finca Cisl) e Vito Panzarella (Feneal Uil), hanno chiesto congiuntamente di “riscrivere il codice degli appalti semplificando le procedure” e di far “partire le opere utili al Paese a cominciare dalla manutenzione e dalla messa in sicurezza del territorio”.

Una dichiarazione significativa per almeno due motivi. Dal punto di vista dei soggetti individua una convergenza tra imprese e sindacati a cui si è aggiunta, come si è visto, quella tra imprese e Comuni espressa dal documento sul codice degli appalti.

In un momento di profonde lacerazioni come quello che sta attraversando il Paese, il protagonismo di questi soggetti collettivi che fanno sistema appare come un segnale positivo. Dal punto di vista dei contenuti, inoltre, indica una direzione di marcia da privilegiare che non è quella di un nuovo, massiccio consumo del territorio, ma quella della sua manutenzione e messa in sicurezza. Non è un caso che tra le 270 segnalazioni raccolte in tre mesi dal sito sbloccacantieri.it, attivato dall’Ance, la netta maggioranza delle situazioni ferme o incompiute riguardi la sicurezza degli edifici scolastici e la gestione delle acque. Nella stessa linea si colloca anche la priorità della “riqualificazione urbana”, sottolineata con forza dall’Anci in occasione della presentazione del documento elaborato con l’Ance. “Oggi anche i costruttori hanno capiscono quanto sia importante”, ha detto esplicitamente Occhiuto nel suo intervento.

Di Maio alla Caritas sul gioco d’azzardo. Mons. Feroci: “Confronto leale e libero, sintonia sui contenuti”

Gio, 19/07/2018 - 16:43

Abolizione della pubblicità sul gioco d’azzardo, regolamentazione degli orari delle sale slot e distanza minima dai luoghi sensibili come le scuole, maggiore collaborazione tra i ministeri dell’economia, della salute e dell’istruzione per migliorare le attività di prevenzione ed educazione. Sono questi i suggerimenti che mons. Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma, ha dato al vicepremier Luigi Di Maio, titolare dei due ministeri dello Sviluppo economico e del Lavoro e politiche sociali, in visita stamattina alla Cittadella della Carità “Santa Giacinta” della Caritas di Roma per un incontro con gli operatori e i volontari impegnati nel contrasto alla ludopatia (che in Caritas preferiscono chiamare “azzardopatia” perché il termine “ludo/gioco” è troppo positivo). Di Maio ha visitato la struttura di Ponte Casilino: l’Emporio della solidarietà, il Centro odontoiatrico, la Comunità alloggio, il Centro di ascolto. L’incontro è proseguito a porte chiuse per un confronto sui temi dell’azzardo, a cui hanno preso parte quattro tra deputati e senatori del Movimento 5 stelle, relatori del cosiddetto “Decreto dignità” nelle commissioni parlamentari. È stata una visita a sorpresa: la Caritas ne ha avuto notizia solo ieri sera. Partendo dal provvedimento all’esame delle due camere, che all’articolo 9 prevede il divieto della pubblicità per tutte le forme di azzardo, il ministro ha voluto conoscere l’esperienza “di coloro che quotidianamente incontrano queste situazioni di grave emergenza sociale”. “Il gioco d’azzardo – ha ribadito Di Maio – va regolato fortemente: con il provvedimento sulle restrizioni pubblicitarie si è trattato di un intervento di pronto soccorso e ci saranno altri provvedimenti”. Per il vicepremier “la questione è sociale, culturale ma anche economica”, perché “se le risorse che oggi finiscono nel gioco d’azzardo, oltre cento miliardi di euro all’anno, andranno nel sistema economico e in consumi, tutto il Paese ne trarrà giovamento”. In Italia si stimano almeno 1 milione e 700mila persone coinvolte. Nella sola città di Roma, secondo una ricerca condotta dalla Caritas insieme all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, 2 ragazzi su 3 (66,3%) di età compresa dai 13 ai 17 anni, giocano d’azzardo almeno una volta all’anno; il 36,3% hanno dichiarato di essere giocatore abituale almeno una volta al mese attraverso scommesse sportive, gratta e vinci, slot machine, concorsi a premio. I ragazzi romani sanno dell’esistenza del gioco d’azzardo dalla pubblicità in tv (80,6%) o dalla pubblicità online (67,3%). Pur essendo vietato ai minorenni, riescono a scommettere online aggirando la legge. La Caritas di Roma, ricorda mons. Feroci, ha diffuso “pubblicazioni  per aiutare i docenti, i parroci, i genitori, a capire il fenomeno” e “riconoscere i sintomi della dipendenza dal gioco d’azzardo”. “Abbiamo incontrato ragazzi di 16 anni che hanno già giocato patrimoni – dice -, è un fenomeno che non si conosce ma è grande”.

Come è andato il confronto con il vicepremier Di Maio?

E’ stato un confronto molto leale e libero, anche perché non c’erano giornalisti e telecamere. Ho l’impressione che ci sia sintonia sui contenuti. Gli abbiamo esposto in maniera chiara le nostre preoccupazioni e i nostri dolori.

Gli abbiamo detto che Roma è diventata la capitale d’Europa del gioco d’azzardo, con 25mila slot machine.

Ci ha chiesto quali sono le categorie coinvolte. Noi abbiamo messo in risalto la situazione degli anziani, che con le loro pensioni vanno nelle sale bingo e spendono tutto. Abbiamo chiesto a Di Maio di togliere la pubblicità perché induce a pensare che sia normale giocare d’azzardo. Ci ha risposto che cercheranno di toglierla. 102 miliardi spesi l’anno per l’azzardo sono tutte risorse tolte alla produttività, mentre milioni di persone si rovinano. Poi abbiamo evidenziato il problema culturale, ossia

la mentalità di persone e giovani che pensano di risolvere tutti i loro problemi con un colpo di fortuna. Questo è diseducativo.

Abbiamo anche chiesto di proibire l’ingresso nelle sale in certe fasce orarie, prima dell’entrata a scuola o nella pausa pranzo. Abbiamo cercato di far capire che il problema dell’azzardo non riguarda solo l’economia: si mettono tasse sull’azzardo per far quadrare i conti ma c’è anche un discorso che riguarda il ministero della salute, perché tante persone sono rovinate dall’azzardo e diventano a carico del sistema sanitario. I soldi entrano da una parte ed escono dall’altra. Ministero della salute e dell’educazione dovrebbero dialogare.

Cosa vi ha chiesto in particolare?

Ci ha chiesto se tolto l’azzardo ufficiale c’è il rischio che crescerà l’illegalità. Io ho fatto l’esempio di Ostia, dove il clan Spada era in possesso dei locali con le slot machine. La criminalità organizzata aveva già in mano i luoghi tradizionali per fare le scommesse. Quindi il gioco illegale ci sarebbe lo stesso. Ho anche detto al ministro che non si può andare avanti con l’accetta, proibendo tutto. Bisogna fare un discorso educativo per far capire alle persone che l’azzardo è deleterio per le persone e le famiglie ma soprattutto per la nazione. Non possiamo avere milioni di persone coinvolte nel gioco, altrimenti roviniamo il Paese. Ma non c’è ancora un percorso di risposta all'”azzardopatia”. Abbiamo alcune buone pratiche ma sono ancora in fase embrionale. Bisogna fare quindi uno sforzo enorme di prevenzione.

Avete parlato anche della bimba rom ferita gravemente da un piombino sparato da una pistola ad aria compressa? Non si sanno le cause, le indagini sono in corso ma c’è anche il timore di un gesto razzista.

Sì. Nel caso della bimba rom vorrei ricordare che più si alzano i toni gli uni contro gli altri, più una società malata starà male. Creando steccati e contrapposizioni si rischia di fomentare gli esaltati. Oggi molti si sentono autorizzati a parlare con questi toni – e ne sono testimone di persona – perché già lo dice il governo. Io invece, da parte del governo, mi aspetterei persone che sappiano fare comunione non che dividano o mettano gli uni contro gli altri, perché diventa negativo per la nostra società. E’ un invito a parlare seriamente di migrazioni, non con gli slogan, rendendosi conto di ciò che sta succedendo in Africa anche per nostra responsabilità, perché siamo noi a spingere la gente a venire. Invece

il modo di parlare razzista sta dividendo la società.

 

Nota della Presidenza della Cei sui migranti: no “soluzioni a buon mercato”, sì all’”accoglienza diffusa”

Gio, 19/07/2018 - 10:33

Pubblichiamo di seguito il testo integrale della nota della Presidenza della Conferenza episcopale italiana dal titolo “Migranti, dalla paura all’accoglienza”.

 

Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci.
Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace.
Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto.
Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.
Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata.