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Servizio Informazione Religiosa
Aggiornato: 24 min 38 sec fa

La famiglia in preghiera con Francesco, nottetempo, da Tokyo: “Un momento memorabile”

4 ore 14 min fa

(Tokyo) – La mattina di domenica 29 marzo Tokyo si è svegliata sotto la neve, proprio nel fine settimana in cui il governatore della metropoli, Yuriko Koike, aveva rivolto ai residenti l’appello a rimanere a casa, come contromisura al diffondersi del nuovo coronavirus.
L’arcivescovo di Tokyo Isao Kikuchi, da parte sua, già nei giorni precedenti aveva annunciato il protrarsi della sospensione delle liturgie eucaristiche fino a data da destinarsi, invitando i fedeli della capitale a non recarsi nelle parrocchie, a seguire via internet la Messa domenicale da lui presieduta ed a rimanere uniti attraverso la preghiera individuale ed in famiglia.
Sollecitando i cattolici giapponesi a rispondere all’invito del Pontefice, la Conferenza episcopale del Giappone aveva scritto il 26 marzo sul suo sito ufficiale: “Vi incoraggiamo a partecipare spiritualmente al momento di preghiera che papa Francesco presiederà dal sagrato della Basilica di San Pietro il 27 marzo alle 18.00”, segnalando il link per il collegamento e riportando la traduzione giapponese del suo messaggio nel quale venivano anche annunciati la benedizione Urbi et Orbi e l’indulgenza plenaria.
Non deve stupire se in Giappone questo tipo di notizie non raggiungono la generalità dei cittadini attraverso i mass media. Il sistema informativo nipponico, infatti, non si occupa di solito di argomenti religiosi e tanto meno trasmette informazioni sulle attività del Papa, a meno che non abbiano relazione diretta col Paese, come nel caso della recente visita papale. Ma questa volta la preghiera del Papa non ha avuto la stessa risonanza e non è stata considerata una “notizia” per cui la principale rete televisiva giapponese, nei suoi notiziari, si è limitata ad un breve passaggio di soli 10 secondi con il seguente stringato commentato “Il Papa della Chiesa cattolica Francesco, ha pregato in solitudine in Piazza San Pietro.”
In questo periodo i fedeli della piccola Comunità cattolica giapponese, più che attraverso i comunicati ufficiali, ricevono e si scambiano le notizie tramite il tam tam fatto di email, sms, e telefonate.

“E’ tramite un messaggio di posta elettronica ed una telefonata di mia cognata che mi è arrivata la notizia dei due eventi di marzo che il Papa aveva annunciato – ci spiega la signora Yuria Nakayama – e grazie a queste informazioni, insieme a mio marito Hiroshi, abbiamo potuto parteciparvi in diretta via internet.”
Il 27 alle 18.00, quando in Italia iniziavano a scorrere le prime immagini in rete del Pontefice che camminava sul sagrato della basilica di San Pietro, nella terra del Sol Levante erano già le 2.00 del mattino del 28, e Iroshi Nakayama ci dice

“E’ stato un momento memorabile

e le cose di questa notte che mi sono rimaste impresse sono due: le parole del Vangelo “Perchè avete paura? Non avete ancora fede?”; e l’atmosfera di profonda contemplazione che Papa Francesco ha vissuto e trasmesso. Nonostante la traduzione in inglese, non abbiamo potuto capire perfettamente le parole del Papa, ma grazie a questo clima di intenso raccoglimento siamo riusciti comunque ad entrare in questa Liturgia e a sentirci in comunione spirituale con i fedeli di tante altre Nazioni” conclude il signor Nakayama.

Sua moglie Yuria fa’ notare come per i cattolici giapponesi non siano frequenti, come per gli europei e per gli italiani, queste occasioni di vedere il Papa e aggiunge che per lei è stato un momento forte pregare con lui e uniti ai fedeli di tutto il mondo senza rivalità e a prescindere dalle maggiori o minori situazioni di difficoltà che ogni Nazione sta vivendo.
Yuria ed Hiroshi Nakayama, con i due figli Tayo di 12 anni e Yoshiki di 9, sono una famiglia cattolica da più generazioni, vivono in una città dell’area metropolitana di Tokyo e frequentano una parrocchia di circa 300 fedeli registrati.
“ L’iniziativa del Papa ci ha aiutato molto, – spiega Hiroshi – Grazie a Dio nessuno dei nostri familiari è stato colpito dal nuovo coronavirus, ma la diffusione di questa infezione che ha colpito contemporaneamente tutto il mondo e che sta facendo soffrire e morire tante persone ci sta interrogando seriamente, come esseri umani e come credenti, e spesso ne parliamo in famiglia anche con i nostri figli.”

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Il signor Nakayama è impiegato presso un’ azienda che non applica per la sua mansione il telelavoro e ogni giorno si sposta con il treno al centro di Tokyo dove ha sede il suo ufficio. La moglie Yuria, invece, insegna religione in una scuola elementare protestante e in questo periodo di chiusura delle scuole sta a casa con i figli. ”Non è semplice per loro – dice – ma non lo è neanche per me!” aggiunge sorridendo.
Qualche ora a settimana Tayo e Yoshiki possono andare a scuola perché il Governo giapponese, pensando di venire incontro alle famiglie e all’equilibrio mentale dei bambini, consente fino ad oggi agli istituti scolastici di decidere in autonomia l’apertura degli impianti scolastici per alcune ore durante la settimana, nel rispetto delle linee guide sulla sicurezza e sulla prevenzione del nuovo corona virus indicate dal ministero dell’Istruzione.
La maggior parte del tempo di questo periodo di vacanze forzate, tuttavia si passa a casa, ma Yuria racconta che ci sono piccoli gesti di solidarietà che aiutano soprattutto i suoi figli a rompere la monotonia e la noia che sono sempre in agguato. “Ci è capitato – ci dice – di tenere qui a casa i due bambini piccoli di una famiglia di amici che aveva bisogno di aiuto. Tayo e Yoshiki li hanno accolti e trattati come se fossero stati fratellini minori ed hanno passato qualche ora distraendosi e divertendosi mentre si dedicavano a loro.”
Hiroshi e Yuria sottolineano che questo tempo che li obbliga a stare in casa tutti insieme, si sta rivelando come una opportunità per recuperare e rafforzare la dimensione familiare anche della fede: “Il sabato e la domenica – spiegano – sono naturalmente i giorni privilegiati durante i quali troviamo momenti per leggere e riflettere insieme sulle letture della Bibbia che ascolteremo nella Messa domenicale che seguiamo in streaming e per pregare insieme la domenica, cercando di aiutare noi stessi e di insegnare ai nostri figli a guardare le vicende della vita alla luce della Fede.”

Papa all’udienza: “Non abbiamo paura, apriamo le porte del nostro cuore allo Spirito Santo”

8 ore 20 min fa

“Per vedere Dio non serve cambiare occhiali o punto di osservazione – o cambiare autori teologici che mi insegnano il cammino – bisogna liberare il cuore dai suoi inganni”. Lo ha esclamato il Papa, nella catechesi dell’udienza generale di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata alla sesta Beatitudine: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. “Questa strada è l’unica”, ha commentato Francesco a braccio: “Questa è una maturazione decisiva: quando ci rendiamo conto che il nostro peggior nemico, spesso, è nascosto nel nostro cuore”. Alla fine, un saluto tramite i media ai ragazzi della diocesi di Milano, che avrebbero dovuto essere in piazza e che hanno mandato al Santo Padre tanti messaggi, ricevendo il “grazie” del Pontefice.

“Questo è il cammino della vita nel nostro rapporto con Dio”,

spiega il Papa: “Conosciamo Dio per sentito dire, ma con la nostra esperienza andiamo avanti, avanti, avanti e alla fine lo conosciamo veramente, se siamo fedeli. Questa è la maturità dello Spirito”. L’esempio scelto è quello dei discepoli di Emmaus, “che hanno il Signore Gesù accanto a sé, ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Il Signore schiuderà il loro sguardo al termine di un cammino che culmina con la frazione del pane ed era iniziato con un rimprovero: ‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti’”. “Quel rimprovero è l’inizio”, spiega Francesco: “Ecco l’origine della loro cecità: il loro cuore stolto e lento”. “E quando il cuore è stolto e lento, non si vedono le cose, si vedono le cose come annuvolate”, l’ammonimento: “Qui sta la saggezza di questa beatitudine: per poter contemplare è necessario entrare dentro di noi e far spazio a Dio, perché, come dice S. Agostino, ‘Dio è più intimo a me di me stesso’”.

“La battaglia più nobile è quella contro gli inganni interiori che generano i nostri peccati”, assicura il Papa: “Perché i peccati cambiano la visione interiore, cambiano la valutazione delle cose, ti fanno vedere cose che non sono vere, o almeno che non sono così vere”.

“Per la Bibbia il cuore non consiste solo nei sentimenti, ma è il luogo più intimo dell’essere umano, lo spazio interiore dove una persona è sé stessa”: lo ”sguardo del cuore” è “la prospettiva, la sintesi, il punto da cui si legge la realtà”. “Il puro di cuore vive alla presenza del Signore, conservando nel cuore quel che è degno della relazione con Lui”, l’identikit di Francesco: “Solo così possiede una vita intima unificata, lineare, non tortuosa ma semplice. Il cuore purificato è quindi il risultato di un processo che implica una liberazione e una rinuncia”.

“Il puro di cuore non nasce tale, ha vissuto una semplificazione interiore, imparando a rinnegare in sé il male, cosa che nella Bibbia si chiama circoncisione del cuore”,

puntualizza il Papa: “Questa purificazione interiore implica il riconoscimento di quella parte del cuore che è sotto l’influsso del male per apprendere l’arte di lasciarsi sempre ammaestrare e condurre dallo Spirito Santo”. “Il cammino, la strada dal cuore malato, peccatore, che non può vedere bene le cose perché è immerso nei peccati, verso la pienezza della luce del cuore è opera dello Santo”, prosegue Francesco: “E lui che ci guida in questo cammino. E attraverso questo cammino del cuore arriviamo a vedere Dio”.

Ma c’è un’altra dimensione della purezza del cuore, che consiste nell’”intendere i disegni della Provvidenza in quel che ci accade, riconoscere la sua presenza nei Sacramenti, la sua presenza nei fratelli, soprattutto poveri e sofferenti, e riconoscerlo dove Lui si manifesta”.

La sesta Beatitudine, così, diventa la sintesi di quelle precedenti: “Se abbiamo ascoltato la sete del bene che abita in noi e siamo consapevoli di vivere di misericordia, inizia un cammino di liberazione che dura tutta la vita e ci conduce fino al Cielo”. Si tratta, per il Papa, di “un lavoro serio, un lavoro che fa lo Spirito Santo se noi gli diamo spazio perché lo faccia, se siamo aperti all’azione dello Spirito Santo ed è soprattutto un’opera di Dio in noi – nelle prove e nelle purificazioni della vita – che porta a una gioia grande, a una pace vera”. “Non abbiamo paura, apriamo le porte del nostro cuore allo Spirito Santo, perché ci purifichi e ci porti avanti in questo cammino verso la gioia piena”, l’invito finale ancora una volta a braccio.

Coronavirus Covid-19: Europa al bivio, ma c’è di più

8 ore 21 min fa

Coronabond o Mes? Europa assente o presente? Germania buona o cattiva? Si può leggere la realtà attuale con le sole opzioni del bianco e del nero, senza sfumature, senza zone grigie? Questa crisi epocale – che nessuno aveva previsto e per la quale nessuno era realmente preparato – sta attraversando il mondo, lasciando sul terreno morti, malattia, nuova povertà: per comprenderla a fondo e per agire al fine di contrastarla efficacemente occorrerebbero conoscenze (scientifiche), prudenza, volontà di coglierne e considerarne i molteplici aspetti correlati tra loro. Solo così le risposte da mettere in campo, in materia sanitaria, sociale, economica, relazionale, potranno essere vincenti. E la nuova crisi globale che ci si presenta, necessita – così come quelle recenti e tutt’altro che superate, del debito sovrano, delle guerre, delle migrazioni… – di azioni coordinate in un orizzonte internazionale. Come è stato più volte sottolineato, il Covid-19 ci ha mostrato un mondo “piccolo”, correlato, fragile, le cui sfide richiedono collaborazione e solidarietà; un mondo, quello di domani, che per forza di cose sarà differente da quello che finora abbiamo abitato.
I moniti in tal senso non mancano. Papa Francesco, avendo nel cuore le sorti del pianeta, ha affermato: “non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”. Il Presidente Mattarella, guardando all’Europa, ha sottolineato: “Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa. La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse”.

Dunque, l’Europa? Anche in questo caso bisogna distinguere – per non cadere in facili e colpevoli populismi – tra i poteri e le responsabilità dell’Unione europea e quelli degli Stati membri. Si scoprirebbe così che le istituzioni Ue hanno già imboccato, non senza fatiche e ritardi, la via della risposta comune in ambito sanitario ed economico.

In questo senso si iscrivono gli interventi per la circolazione nel mercato unico delle attrezzature sanitarie e degli alimenti, i fondi stanziati per la ricerca (cure e vaccino), il controllo dei voli e delle frontiere esterne, lo stanziamento di 37 miliardi dai fondi comunitari per sostenere le imprese, il via libera agli aiuti di Stato per dare respiro all’economia reale, la sospensione delle regole del Patto di stabilità e crescita allo scopo di consentire una illimitata spesa pubblica nazionale. Mancano – e qui il 26 marzo si è incagliato il Consiglio europeo, dove siedono i leader nazionali – l’istituzione dei bond, tecnicamente preferibili al Mes-Fondo salva Stati, e la concertazione di un piano di investimenti straordinario per rinforzare le spalle dell’intero tessuto produttivo e commerciale dei Ventisette in grado di tener testa a competitori mondiali della stazza di Cina, Usa, India, Russia, Giappone, Brasile e molti altri.
Aveva avuto amplissima risonanza, soprattutto nella direzione della spesa pubblica anti-crisi, la dichiarazione di Mario Draghi al “Financial Times”: l’ex presidente della Banca centrale europea aveva indicato la necessità di lasciare mano libera agli Stati affinché immettessero risorse fresche e abbondanti nelle rispettive economie in deroga alle (buone) regole riguardanti il controllo di deficit e debito pubblico. Sulla medesima posizione – fondata su ragioni finanziarie e sul principio di solidarietà – si erano ritrovati Christine Lagarde (dopo un grave scivolone) alla guida della Bce, Ursula von der Leyen, capo della Commissione Ue, e David Sassoli, presidente dell’Europarlamento. Ma proprio la solidarietà, soprattutto quando si tratta di mettere mano al portafogli, ha spaventato i governi di Austria, Paesi Bassi, Finlandia e – per certi aspetti – Germania, innalzando un nuovo muro verso quei Paesi (Italia, Francia, Spagna e molti altri) che chiedono una rapida mobilitazione comune per evitare che il coronavirus generi anche una pesantissima recessione, con fabbriche chiuse e un’impennata incontrollabile della disoccupazione e della povertà sociale.

I 15 giorni che il Consiglio Ue ha stabilito per una decisione in tal senso, dovrebbero dar ragione all’Italia e torto alla Germania e soci? Non è questa la sola posta in gioco.

La creazione degli eurobond (o coronabond) o l’utilizzo del Fondo salva Stati, non metteranno al riparo da altri impegni e conseguenze cui non ci si potrà sottrarre. Anzitutto si tratta – bond o Mes – di completare l’Eurozona, ponendo alle spalle dell’euro una vera governance economica e finanziaria. La quale a sua volta richiede convergenza delle politiche fiscali e di bilancio e la necessità di colmare il divario di sviluppo e competitività fra i Paesi dell’area della moneta unica. Inoltre, si tratta di considerare che gli auspicati interventi finanziari in deroga alle regole del Patto lasceranno a diversi Paesi, in primis l’Italia, conti pubblici ancora più dissestati, il cui prezzo ricadrà (sotto forma di interessi da pagare e di rigorose riforme da intraprendere, a partire da welfare e pensioni) sulle future generazioni.
Detto questo, al momento servono convergenza politica, spesa pubblica e solidarietà. Come ha scritto Mauro Magatti su “Avvenire”: “l’Europa è oggi di fronte a questo bivio. O prende con coraggio la strada di una maggiore integrazione, aprendo così il proprio futuro (attraverso, ma ben oltre, i Reconstruction Bond) oppure è destinata a disgregarsi in preda agli egoismi interni. Nell’illusione, sempre risorgente nella storia, che i forti possono salvarsi a danno dei deboli”. Per non disintegrarsi l’Europa ha bisogno di un maggior grado di integrazione europea. I nazionalisti se ne facciano una ragione.

Coronavirus Covid-19: Europe at a crossroads, but there’s more to that

8 ore 21 min fa

Coronabond or ESM? Absent or present Europe? Good or bad Germany? Should our present reality be read through the lenses of opposite extremes, without nuances, without gray areas? This epochal crisis – which no one had expected and for which no one was really prepared – is happening all over the world, leaving on the ground deaths, disease, new forms poverty. Grasping its full scope and combating it effectively would require (scientific) knowledge, prudence, and the willingness to understand and examine its manifold interrelated aspects. Only in this way can health, social, economic and relational responses be successful. The new global crisis we are facing requires – just like the recent ones, which are far from over, of sovereign debt, wars, migrations… – coordinated efforts within an international perspective. As has been pointed out many times, Covid-19 has brought to the fore a “small”, interconnected, fragile world whose challenges call for cooperation and solidarity; a world, the world of tomorrow, which will inevitably be different from the one we have inhabited so far.
Warnings to that effect abound. Pope Francis, having at heart the fate of the planet, said: “we cannot go on thinking of ourselves, but only together.” President Mattarella, addressing his thoughts to Europe, pointed out: “I hope that everyone fully understands the gravity of the threat posed to Europe before it is too late. Not only does solidarity form part of EU values, it also serves the common interest.”

So where is Europe? Here, too, we must distinguish between the powers and responsibilities of the European Union and those of the Member States, so as not to fall prey to petty forms of populism. By taking this approach we will realize that  EU institutions have already embarked, not without efforts and delays, on the path of a common response in the areas of economy and health.

These include measures for the circulation of health equipment and food in the single market, funds earmarked for research (treatment and vaccine), control of flights and external borders, the allocation of EUR 37 billion from Community funds to support businesses; the go-ahead to State aid to give respite to the real economy, the suspension of Stability and Growth Pact regulations so as to guarantee unlimited national public spending. What is missing – which is why, on 26 March, the European Council, representing national leaders, ran aground – is the adoption of Eurobonds, which are technically preferable to the ESM – European Facility Mechanism, along with a concerted extraordinary investment plan to strengthen the entire productive and commercial fabric of EU Twenty-seven, capable of holding its own against world competitors of the calibre of China, the United States, India, Russia, Japan, Brazil and many others.
Mario Draghi’s statement to the “Financial Times” had had a very wide resonance, notably with regard to anti-crisis public spending. In fact, the former President of the European Central Bank had pointed to the need to give the States more leeway to introduce new and abundant resources into their economies in derogation of the (good) rules on deficit and public debt control. The same stance – based on financial reasons and the principle of solidarity – was taken by Christine Lagarde (after a serious slip-up) at the helm of the ECB, Ursula von der Leyen, Head of the EU Commission, and David Sassoli, President of the European Parliament. However, when it comes to putting their wallets on the table, it is precisely solidarity that alarms the governments of Austria, The Netherlands, Finland and – in certain respects – Germany, raising new barriers against those countries (Italy, France, Spain and many others) that are calling for prompt joint commitments to prevent the coronavirus from triggering a dramatic economic recession, with closed factories and an uncontrollable surge in unemployment and social poverty.

Will the 15-day deadline set by the EU Council for a decision to that effect prove Italy right and Germany and its partners wrong? That is not the only issue at stake.

The creation of Eurobonds (or coronabonds) – or resorting to the European Stability Mechanism –  is no substitute for other obligations and implications that cannot be ignored. First of all, it is a question – whether bonds or ESM – of completing the Eurozone, coupled by effective economic and financial Euro governance. This in turn requires fiscal and budgetary policy alignment, bridging the development and competitiveness gap separating eurozone countries. Moreover, it must be noted that the desired financial interventions in derogation of Stability and Growth Pact regulations will further disrupt the budget of a number of countries, first and foremost Italy, whose impact will be felt (in the form of interests and rigorous reforms, starting with welfare and pensions) by future generations. That said, political cohesion, public spending, and solidarity, are direly needed.

Mauro Magatti wrote on ” Avvenire”: “Today Europe is standing at a crossroads. It can either bravely embark on the path of greater integration, thus paving the way for its own future (through, but far beyond, Reconstruction Bonds) or it will disintegrate in the grips of its own internal selfishness. In the delusional belief, ever re-emerging in the course of history, that the strong can be saved at the expense of the weak.” To avert its own collapse, Europe needs a greater degree of European integration. Nationalists must come to terms with this.

Quaresima e Coronavirus: il Dio che ha rispetto più di noi della nostra realtà

9 ore 54 min fa

Dopo la doverosa digressione di affetto e di preghiera di ieri, in cui comunque non ci siamo discostati dal Vangelo di Lazzaro che ci sta guidando in questi giorni, torniamo a meditare su questo brano così importante, affinché esso rischiari ancora gli aspetti più luttuosi di questa Quaresima duemilaventi. Perché di aspetti luttuosi purtroppo ce ne sono, e non pochi, e non per pochi. Come abbiamo asserito più volte, essa ci offre senz’altro spunti fecondi per la conversione e la maturazione, ma questi punti di luce sono tali proprio perché lo sguardo pasquale riconosce le tenebre, e non ha paura di attraversarle con il Risorto. E allora, dopo avere contemplato l’altro ieri il Signore che affida un amico deceduto al Padre, confidando che da Lui lo avrebbe riavuto, oggi vogliamo invece osservare come reagisce la gente dinanzi a questo Dio che piange davanti alla misera sorte dell’uomo fuggito dal suo amore e finito nella tomba.

“Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: ‘Guarda come lo amava!’. Ma alcuni di loro dissero: ‘Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?’” (Gv 11, 35-37).
Se la prima considerazione ci commuove, perché non finiamo mai di stupirci di un Dio che ci tiene davvero all’uomo, la seconda non ci sorprende. L’uomo polemizza con Dio, lo rimprovera di preferire l’empatia con la povertà dell’uomo all’attestazione della sua onnipotenza. Queste parole ce ne ricordano altre: “Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: ‘Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!’” (Lc 23, 39).

C’è poco da fare: all’uomo di carne interessa più il potere che l’amore.

Gli interessa una soluzione, più che la comprensione. Il gioco è molto sottile, e profondamente tentatorio: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane” (Mt 4, 3).
Per tutta la sua vita terrena, Gesù sarà aggredito dalla tentazione di rinnegare la sua incarnazione, così da risolvere sbrigativamente il vuoto violando la realtà.
Ma chi pensa a questo modo, e vorrebbe che anche Dio pensasse così, non disprezza solo la logica dell’incarnazione: disprezza anche se stesso, e la propria povertà. Non si guarda a Dio che vuole abbracciare e fare propria la nostra miseria, fino a scendere con noi nel sepolcro, non interessa più la nostra effettiva condizione bisognosa d’amore, ma ci si riduce a voler evadere dalla realtà per una situazione idilliaca e problematica.

Siccome la croce è scomoda, si cercano in Dio pretesti per scenderne… solo che Lui non ci sta.

Perché Lui sa che qui si cela la trappola: se Cristo avesse affrontato le crisi della vita umana, e la sua stessa Croce, a “colpi di bacchetta magica”, l’incarnazione sarebbe stata vanificata, e noi non saremmo stati salvati, e la morte sarebbe ancora il nostro destino finale.
Il Dio dei nostri deliri di onnipotenza produrrebbe una stirpe umana sana, smagliante, invincibile – ma in ogni caso destinata un giorno a morire, e lì finire. Perché la carne è carne, e se si punta solo su di essa e sulla sua salute, ci si dimentica che prima o poi essa deve comunque decomporsi.
E invece, proprio per il fatto che Cristo ha preferito stare con noi come noi fino in fondo, fino al fondo squallido e tenebroso della tomba, da lì poi ha potuto tirarci fuori risorgendo. Noi vorremmo un Dio che ci riportasse indietro (a quando eravamo sani, giovani, forti) o avanti (a quando potremmo essere tranquilli, ricchi, spumeggianti), ma il Dio vero è il Dio del presente (e infatti è Presenza), e dal presente non vuole semplicemente portarci avanti, tirando a campare – vuole portarci oltre, vuole farci fare Pasqua. Non ci vuole dare qualche annetto in più, vuole darci l’infinito e l’eterno.

I miracoli che Cristo compie non sono prodigi problem-solving a costo zero: le guarigioni e i segni che ha compiuto sono stati possibili perché ha dato via la sua, di vita, facendola fluire in noi.

Senz’altro, nel Corpo mistico in cui siamo innestati questa vita continua a fluire, e dunque Egli continua al presente a operare guarigioni, liberazioni, resurrezioni… ma tutti questi segni, che servono a confermare la verità del Vangelo, sono solo palliativi temporanei, perché chi è risanato si riammalerà, e chi è stato resuscitato dovrà comunque morire (tant’è che anche il povero Lazzaro sarà ucciso – cfr. Gv 12, 10).
Una sola è l’opera decisiva e definitiva del Figlio: la vittoria sulla morte attraverso la Pasqua, anticipata in questa vita, in chi crede, dalla vittoria sulla paura della morte che, finché rimane operativa, sarà la sorgente oscura di tutto ciò che in noi è menzogna, violenza, disperazione. È dalla paura della morte che nascono le nostre pretese e le nostre rimostranze verso di Lui, anche quando ci diciamo credenti.
Dio, accompagnandoci passo passo nel nostro cammino, vuole molto semplicemente educarci a non avere paura: a non avere paura della nostra debolezza, e neppure della morte, perché Lui è con noi sempre, e un giorno ci aiuterà a spiccare il grande balzo, e a fare Pasqua nel suo Regno.

Coronavirus: the initiatives of the Italian Church. Mons. Russo (CEI): “Support to doctors and health workers, close to the sick”

10 ore 23 min fa

“I would like to extend a grateful thought to all our media which, in different forms and according to each one’s unique characteristics, are weaving the thread of our communities. My heart is pierced by the words written to me by several diocesan weeklies over the last few days: our pages have become a never-ending obituary. I feel the suffering of our local realities and I assure everyone of the closeness of the Italian Church. Thank you!”, said Msgr Stefano Russo, Secretary General of the Italian Bishops’ Conference in the days leading up to Holy Week, which this year will be lived by an entire country under quarantine: “I must point out that the closeness of the Church in Italy is also expressed through concrete gestures. In particular, we have promoted two fundraising subscriptions: Support to Health and Coronavirus Emergency, together with Caritas Italy.”

Your Excellency, from the very start the Italian Church has made many efforts to address the pandemic also in terms of charitable and solidarity services, contributing more than 16 million euros. Dozens of dioceses throughout Italy are offering their facilities to the Civil Protection, to doctors and people under quarantine…

The geography of charity is constantly evolving. The various charitable and solidarity-based initiatives are all motivated by the conviction that Christ is present in the suffering faces of our brothers and sisters. This certainty stems from the Gospel of Matthew: “I was hungry and you gave me food…”. These words are the imperative benchmark of our actions. In the present situation, in which all our certainties are exposed, we rediscover the meaning and value of closeness, of care, of relationships… In a word: of charity, which is always unspoken, but active.

Without clamour for recognition the Church assures co-responsible support to doctors, healthcare workers and the sick.

It is an act of renewed care and generosity shown by many citizens every year who devolve 8% per thousand of their income tax to the Catholic Church.

Public health is experiencing serious difficulties and the Catholic health system is also doing its part. The Italian Bishops’ Conference supports healthcare structures in various ways.

In response to some of the many health emergencies, the Italian Bishops’ Conference – following the suggestion of the Bishops’ Commission for Charity and Health – has so far allocated 6 million euros, in two €3 million instalments, drawn from taxpayers’  “Eight per thousand” contributions to the Catholic Church. The first financial aid package, on March 24, went to the Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo in Turin, the “Cardinal Giovanni Panico” Hospital in Tricase, the Oasi Maria Santissima Association in Troina, near Enna, and the Istituto Ospedaliero Poliambulanza in Brescia. The second one, of 30 March, will support the Gemelli Polyclinic Foundation, the Villa Salus Hospital in Mestre and the Miulli Regional General Hospital in Acquaviva delle Fonti in the province of Bari. Moreover, a fund-raising initiative has been launched, duly documented and which will assist other realities.

With the suspension of school activities, private schools are also experiencing a crisis. What do you expect from the political sphere?

On several occasions the General Secretariat of the Italian Bishops’ Conference informed the Ministry of Education of the dramatic situation faced by private, officially recognised schools.

On behalf of many families, teachers living without pay, and schools which, in these circumstances, are unlikely to reopen in September – to the detriment of the common good – a number of basic requests have been made in writing and verbally to address this situation.

We expect that step will taken.

Many priests have lost their lives, many of them died while fulfilling the duties of their ministry. What are your words for all of them?

All our priests are constantly close to the people, faithful to their vocation until the end, living with their sheep, as Pope Francis often repeats. To such an extent that, in this circumstance, they also shared their illness and, unfortunately, in many cases, death.

We remember them first of all to cherish the memory of their life, of their actions, of what they left in the hearts of those who knew them.

Catholic and non-Catholic media have praised these brothers and sisters commemorating lives expended for their fellow others. Many were missionaries who returned to Italy after a lifetime spent with the world’s poorest; others were diocesan priests, some of them retired – but does a priest ever really retire? – after having seen generations of faithful grow up, often in small parishes, where people recognize each other as family and where many have mourned them, together with their bereaved ones. This is also a reminder of the precious mandate of belonging to a community; a mandate whereby we are called to interpret the newness we face and to engage in new ways of being Church.

We have a Holy Week ahead of us without the people’s participation. What kind of Easter will it be?

It will certainly be a different Easter: we are experiencing a new reality that is unprecedented for everyone. The Holy Week flows into the heart of our faith. For this reason, despite the hardships of the present moment, we must not forget that we are on our journey towards Resurrection. This horizon helps us live Easter time to the fullest.

We stay at home, but we’re not alone!

I encourage everyone to rediscover the deep meaning of what, unfortunately, we will not be able to live together this year, in order to celebrate together in the near future. That feast, which will be Easter for all of us, will also be a moment of comfort for those who have left us and for their families. I repeat: we are not alone!

From North to South, Masses are increasingly celebrated in live streaming, spiritual long-distance accompaniment is growing, and people are meeting on social networks to gather together in community. Many priests are exploring new forms of celebration and accompaniment of the faithful. How do you rate this unexpected ecclesial season?

I see a growing sense of belonging. The various initiatives respond to a deep desire to act as a community. Somehow the questions of our people need to be answered. This led our General Secretariat to develop the digital platform chiciseparera.chiesacattolica.it, to give renewed impetus to the good practices implemented by dioceses, offering precious food for thought – letters, messages and multimedia content by the bishops -, along with news and pastoral material. Ours is a season of great creativity, enabling us to extend our gaze beyond the emergency. And in that gaze we cannot but be sustained by hope, nourished by faith and charity. When all of this is over we will have the opportunity to reflect on what we have lived through, remembering that it is an exceptional situation. And that we cannot do without that fraternal encounter that has always characterized us.

Coronavirus: le iniziative dalla Chiesa italiana. Mons. Russo (Cei): “Sosteniamo medici e operatori sanitari, siamo accanto ai malati”

10 ore 23 min fa

“In questo momento vorrei rivolgere un pensiero grato a tutti i nostri media che, in forme diverse e secondo le specificità di ciascuno, stanno tessendo il filo delle comunità. Porto nel cuore quanto mi hanno scritto diversi settimanali diocesani in questi giorni: le nostre pagine sono diventate un necrologio continuo. Avverto la sofferenza che arriva dai territori, a tutti assicuro la vicinanza della Chiesa italiana. Grazie!”. A parlare è mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, nei giorni che precedono la Settimana Santa che quest’anno sarà vissuta da un intero Paese in quarantena: “Ricordo che la prossimità della Chiesa in Italia si esprime ugualmente attraverso segni concreti. In particolare, abbiamo promosso due sottoscrizioni di raccolta fondi: Sostegno alla sanità ed Emergenza coronavirus, con Caritas italiana”.

Eccellenza, la Chiesa italiana si è mossa fin dai primi momenti per fronteggiare la pandemia anche sul piano dell’assistenza caritativa e solidale stanziando oltre 16 milioni di euro. Decine di diocesi in tutta Italia stanno mettendo a disposizione le loro strutture per la Protezione civile, i medici e le persone in quarantena…
È una geografia della carità in continuo aggiornamento. Le diverse iniziative sul piano dell’assistenza caritativa e solidale sono tutte mosse dalla certezza che nel volto sofferente dei nostri fratelli è presente Cristo. È una certezza che viene dal Vangelo di Matteo: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…”. Parole che sono riferimento imprescindibile per le nostre azioni. Nella situazione attuale, in cui sono messe a nudo tutte le nostre certezze, riscopriamo il senso e il valore della prossimità, della cura, della relazione… In una parola: della carità, sempre silenziosa, ma operosa.

La Chiesa, senza rumore e megafono, continua a sostenere in maniera corresponsabile medici, operatori sanitari e malati.

È un ritorno dell’attenzione e generosità che tanti cittadini, ogni anno, rivolgono con la destinazione dell’otto per mille alla Chiesa cattolica.

(Centimetri)

Il Sistema sanitario è in forte difficoltà e anche la sanità cattolica sta facendo la sua parte. La Cei sostiene le strutture sanitarie in vari modi.
In risposta ad alcune delle tante situazioni di necessità in sanità, la Conferenza episcopale italiana – raccogliendo il suggerimento della Commissione episcopale per la carità e la salute – ha stanziato finora 6 milioni di euro, in due tranche da 3 milioni, provenienti dall’otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica. Il primo contributo, del 24 marzo, raggiunge la Piccola Casa della Divina Provvidenza del Cottolengo di Torino, l’Azienda ospedaliera “Cardinale Giovanni Panico” di Tricase, l’Associazione Oasi Maria Santissima di Troina, nei pressi di Enna, e l’Istituto Ospedaliero Poliambulanza di Brescia. Il secondo, del 30 marzo, va a beneficio della Fondazione Policlinico Gemelli, dell’Ospedale Villa Salus di Mestre, dell’Ospedale Generale Regionale Miulli di Acquaviva delle Fonti in provincia di Bari. È stata inoltre aperta una raccolta fondi, che sarà puntualmente rendicontata e che potrà aiutare altre realtà.

Con la sospensione delle attività scolastiche, anche le scuole paritarie attraversano una fase di crisi. Cosa si aspetta dalla politica?
La Segreteria Generale della Cei ha rappresentato più volte al ministero dell’Istruzione la situazione drammatica vissuta dalle scuole paritarie.

A nome di tante famiglie, di insegnanti che sono senza stipendio e di strutture che, stante così le cose, a settembre difficilmente potranno riaprire – con un danno oggettivo per il bene comune – si sono presentate alcune richieste essenziali, chiedendo a voce e per iscritto che l’appello venga raccolto.

Ci aspettiamo che questo passo possa essere fatto.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Sono tanti i sacerdoti che hanno perso la vita, molti di loro per adempiere a pieno i doveri del ministero. Cosa si sente di dire per tutti loro?
Tutti i nostri sacerdoti sono sempre vicini alla gente, fedeli alla vocazione fino alla fine, vivono con le proprie pecore, come ripete spesso Papa Francesco. Lo sono così tanto che, proprio in questa circostanza, hanno condiviso anche la malattia e, purtroppo, in molti casi, la morte.

Li ricordiamo prima di tutto per fare memoria della loro vita, delle loro opere, di quanto hanno lasciato nei cuori di chi li ha conosciuti.

I media cattolici, e non solo, hanno onorato questi fratelli celebrando esistenze spese per il prossimo. Molti erano missionari, tornati in Italia dopo una vita tra i più poveri del mondo; altri erano preti diocesani, alcuni di questi a riposo – ma un sacerdote va mai veramente in pensione? – dopo aver visto crescere generazioni di fedeli, spesso in parrocchie piccole, dove ci si conosce tutti come una famiglia e dove in tanti li hanno pianti, unendoli ai lutti personali. Anche questo ci dice del prezioso mandato dell’essere comunità; un mandato che ci porta ad interpretare il nuovo che abbiamo davanti e ad assumere quindi anche nuove modalità di essere Chiesa.

Ci aspetta una Settimana Santa “senza concorso di popolo”. Che Pasqua sarà?
Sarà sicuramente una Pasqua diversa: la storia che stiamo vivendo ci pone dinanzi questa realtà, inedita per tutti. La Settimana Santa apre al cuore della nostra fede; per questo, anche se le ristrettezze del momento presente ci mettono a dura prova, non dimentichiamo che siamo in cammino verso la Resurrezione. Ed è proprio questo orizzonte ad aiutarci a vivere al meglio il tempo pasquale.

Siamo a casa, ma non siamo soli!

Invito tutti a riscoprire il senso pieno di ciò che, purtroppo, quest’anno non potremo vivere insieme, per fare festa tutti insieme quando sarà possibile. E quella festa, che sarà la Pasqua di tutti noi, sarà anche momento di conforto per quanti ci hanno lasciato e per i loro familiari. Ripeto: non siamo soli!

(foto Siciliani-Gennari/Sir)

Da Nord a Sud, si moltiplicano le messe in streaming, gli accompagnamenti spirituali a distanza e le persone si incontrano sui social per fare comunità. Tanti sacerdoti sperimentano modalità nuove per le celebrazioni e l’accompagnamento dei fedeli. Come valuta questa inattesa stagione ecclesiale?
C’è un grande senso di appartenenza che sta sempre più emergendo. Le varie iniziative sono una risposta a un desiderio profondo di comunità. È alle domande della nostra gente bisogna, in qualche modo, rispondere. È ciò che ci ha mossi, come Segreteria Generale, nel progettare chiciseparera.chiesacattolica.it, un ambiente digitale che rilancia le buone prassi messe in atto dalle diocesi, offre contributi di riflessione – a partire da lettere, messaggi e video dei vescovi -, condivide notizie e materiale pastorale. Viviamo una stagione di grande creatività, che ci permette di guardare oltre l’emergenza. E in quell’oltre non possiamo non essere sostenuti dalla speranza, alimentata dalla fede e dalla carità. Quando tutto sarà finito, avremo modo di riflettere su quanto vissuto, non dimenticando che siamo in una situazione eccezionale. E che non possiamo fare a meno dell’incontro fraterno che da sempre ci caratterizza.