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Aggiornato: 2 ore 46 min fa

Politica. Card. Bassetti: “La partita non è persa” ma non basta avere un governo per guidare il Paese

4 ore 29 min fa

In politica, “la partita non è persa”. Nonostante le “preoccupazioni”, le “difficoltà”, lo “stato di prostrazione”, il “clima di smarrimento culturale e morale”, il “rancore diffuso”, l'”indifferenza alle sorti dell’altro”, le “tensioni e proteste neanche troppo larvate”, il “disagio sociale”, lo “stallo” e la “confusione di ruoli” che ha caratterizzato l’inizio di questa legislatura. Perché “il Paese è più sano” di come lo si dipinge. È uno sguardo lucido, responsabile e costruttivo, quello con cui il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, ha introdotto la seconda giornata dell’Assemblea della Cei, aperta ieri sera da Papa Francesco. “In una fase delicata come l’attuale”, la Chiesa è pronta ad un “esame di coscienza” ma anche ferma nel lanciare un monito: non basta avere un governo per guidare un Paese.

Giovani e media. Bassetti ha esordito ricordando “l’incontro fraterno, franco e prolungato con il Santo Padre” e ha assicurato che la preoccupazione per l’”emorragia” delle vocazioni, la scelta della povertà e della trasparenza e l’impegno per la riduzione delle diocesi, segnalate dal Papa, rappresentano altrettante priorità della Chiesa italiana. Poi un bilancio del primo anno di presidenza della Cei, speso all’insegna “dell’ascolto e dell’incontro”, della condivisione e del servizio.

“L’impegno educativo sul versante della nuova cultura mediatica un ambito privilegiato per la missione della Chiesa”,

ha detto il cardinale citando gli Orientamenti pastorali di questo decennio. Altro tema su cui i vescovi sono chiamati a “fare il punto”, il cammino verso il Sinodo dei Vescovi del prossimo ottobre, dedicato a “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

“Portare alta la divisa” in politica. La storia del cattolicesimo politico italiano è cominciata cento anni fa, con l’appello “ai Liberi e Forti” lanciato da un gruppo di “tenaci democratici” riuniti intorno a don Luigi Sturzo, ha ricordato Bassetti: “Fu l’inizio di una storia, quella del cattolicesimo politico italiano, che ha segnato la nostra democrazia e che ci ha dato una galleria di esempi alti di dedizione, di umiltà, di intelligenza”. “Abbiamo vissuto momenti gloriosi e momenti dolorosi, sperimentato la forza ma anche la debolezza, la meschineria, il tradimento, la diaspora”, ha proseguito il cardinale ripercorrendo idealmente le tappe della nostra storia politica: “Vecchi partiti si sono sgretolati, nuovi soggetti sono venuti sulla scena, ma nessuno può negare che nelle migliaia di Comuni italiani ci sono persone che senza alcuna visibilità e senza guadagno reggono le sorti della nostra fragile democrazia”.

“Chi si impegna nell’amministrare la cosa pubblica deve ritornare ad essere un nostro figlio prediletto”, la proposta del presidente della Cei:

“Quello che ha sempre guidato i cattolici italiani – ha affermato Bassetti citando il beato Giuseppe Toniolo – è stato un grande bisogno di distinguersi e di portare alta la divisa evangelica pure in politica. La storia della Chiesa italiana è stata una storia importante anche per la particolare sensibilità per l’aspetto politico ell’evangelizzazione: nessuna Conferenza episcopale come la nostra possiede un tesoro così ricco di documenti e di testimonianze”.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Credo che sia giunto il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella politica italiana per fare un esame di coscienza e, soprattutto, per rinnovare la nostra pedagogia politica e aiutare coloro che sentono che la loro fede, senza l’impegno pubblico, non è piena”, l’appello:

“Gli spazi che la dottrina e il magistero papale ci hanno aperti sono enormi – come ribadiva ieri sera il Santo Padre – ma sono spazi vuoti se non li abitiamo”, il monito.

I cattolici impegnati in politica devono essere “minoranze attive”.

“In questo momento cruciale della nostra storia, esprimiamo con convinzione la nostra stima al Presidente della Repubblica per la guida saggia e paziente con cui sta facendo di tutto per dare un governo all’Italia”, il tributo a Mattarella.

“Ricordiamo a tutti come non basti nemmeno avere un governo per poter guidare il Paese”.

È la parte dell’introduzione del card. Bassetti più legata al delicato passaggio politico attuale. “Occorre – questo Paese – conoscerlo davvero, conoscerne e rispettarne la storia e l’identità”, il monito a tutte le forze politiche: “Bisogna conoscere il mondo di cui siamo parte e nel quale la nostra Repubblica – cofondatrice dell’Europa unita – è desiderosa di ritornare a svolgere la sua responsabilità di Paese libero, democratico e solidale”.

“Respiro europeo” ed etica pubblica sono “parte integrante della nostra cultura”, e la Chiesa intende dare ad essi un “contributo reale”, per “ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società”. Di qui la necessità di prendere “le distanze dal disincanto, dalla prepotenza e dalla sciatteria morale che ci circondano”, ma anche “dalla nostra stessa ignavia”.

Mediterraneo e pace. “Quando tutto precipita nel fanatismo e nel fondamentalismo tornano decisive parole e segni che non alimentino l’odio e la violenza, ma la riconciliazione e il dialogo”, ha concluso Bassetti illustrando l’attenzione privilegiata che la Chiesa italiana intende riservare al Mediterraneo e rilancando l’idea di “dar vita a un incontro di riflessione e spiritualità per la pace” nel Mare nostrum, che “ha visto il nascere e il diffondersi dell’esperienza cristiana con la presenza della Chiesa fin dalle origini” e che oggi, in chiave ecumenica e di dialogo interreligioso, “può offrire un contributo importante, in pensieri e azioni, a una cultura della pace”. I vescovi, in questi giorni, si confronteranno sulle modalità con cui promuovere e organizzare l’iniziativa, arrivando a breve anche alla costituzione di un Comitato operativo.

Aborto. Filippo M. Boscia (Amci): “Una legge iniqua. Occorre garantire alle donne anche il diritto di non abortire”

8 ore 29 min fa

Oggi, 22 maggio, compie 40 anni la legge 194/70 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” con la quale l’aborto ha cessato di essere considerato un reato penalmente perseguibile. Secondo i dati del 2016 – raccolti dal Sistema di sorveglianza epidemiologica delle Ivg coinvolgendo Istituto superiore di sanità (Iss), ministero della Salute, Istat, Regioni e Province autonome – in quell’anno le Ivg sono state 84.926, -3,1% rispetto alle 87.639 del 2015, ma per il ginecologo Filippo Maria Boscia, presidente dell’Amci (Associazione medici cattolici italiani) e direttore del Dipartimento per la salute della donna e la tutela del nascituro all’Ospedale Santa Maria di Bari, c’è poco da cantare vittoria: “Questa diminuzione è ampiamente compensata dall’enorme incremento degli aborti ‘nascosti’”. Anzi: il totale delle interruzioni volontarie di gravidanza è in continuo aumento, anche tra le giovanissime, solo che è più difficile averne dati precisi, mentre in questi 40 anni “si è progressivamente perduta la consapevolezza che l’aborto sia a tutti gli effetti un omicidio”.

Professore, l’intitolazione della legge e l’art.1 richiamano il valore sociale della maternità e la tutela della vita umana dal suo inizio. Le cose però sono andate diversamente.
In quarant’anni gli aborti in Italia sono stati 6 milioni. La legge richiama nella sua prima parte l’importanza della tutela sociale della maternità, ma nella sua applicazione su questa prima parte ha decisamente prevalso la seconda. Un provvedimento ingannevole che in sostanza ha gradualmente portato all’accettazione dell’aborto nella mentalità e nel costume.

Oggi l’aborto procurato non viene riconosciuto come omicidio, ma piuttosto come un bene sociale.

Ritornando ai dati del Ministero, su quale base li ritiene incompleti?
Nel 2016 sono state acquistate 214.532 confezioni di pillola del giorno dopo (dal 2015 venduta liberamente) e 189.589 di pillola dei cinque giorni dopo per un totale di quasi 405.000 confezioni.

Quello che lei definisce “aborti nascosti”.
Si tratta del cosiddetto aborto chimico o farmacologico; contrariamente a quanto viene detto, non contraccezione d’emergenza ma intercettivo postcoitale che in caso di avvenuto concepimento blocca l’impianto dell’embrione impedendone l’annidamento.

Dunque un vero e proprio aborto nascosto.

Ho consultato su Google la voce “aborto fai da te” e ho scoperto che è in commercio un kit che si può ottenere per posta a casa. Mi preoccupa molto questo aborto che si consuma nella totale solitudine senza la possibilità di un soccorso, di un consiglio. Per me qui si configura una violazione della legge 194 perché viene completamente meno la tutela della vita fin dal suo inizio. Ma mi preoccupa anche la mancanza di misure per salvaguardare la salute della donna. Questi farmaci, utilizzati da giovanissime che non hanno ancora completato il proprio sviluppo, possono provocare loro seri danni. E poi c’è il capitolo del falso aborto spontaneo.

Che significa?
Un farmaco antinfiammatorio usato per trattare le ulcere gastriche e fortemente sconsigliato in gravidanza viene talvolta impiegato per indurre un travaglio abortivo vero e proprio. Il calo delle Ivg è legato alla diminuita fertilità in generale, al ricorso alla pillola del giorno dopo, agli aborti clandestini (che continuano), a quelli spacciati come spontanei, tutti dati che mancano nella statistica del Ministero.

È stato registrato un aumento degli aborti tardivi, come se lo spiega?
Le Ivg sono consentite dopo i primi 90 giorni solo nei casi in cui sia a rischio la vita della madre o in caso di gravi anomalie/malformazioni fetali che possano incidere gravemente sulla salute fisica e psichica della stessa. La legge fissa un termine a quo ma in sostanza “apre” all’escamotage del disturbo mentale. Quando si mette di mezzo la psiche è chiaro che tutto può essere autorizzato: la donna sarebbe in pericolo perché non potendo mettere fine una gravidanza non desiderata potrebbe impazzire fino al punto da suicidarsi. Per quanto riguarda le malformazioni, magari c’è stata una diagnosi per certi aspetti azzardata di una malformazione che magari non si ripresenterà. Su questo bisognerebbe vigilare.

Le consulenze devono essere scrupolose, fornite da medici attenti, capaci di assumersi puntuali responsabilità mentre sono spesso frettolose, effettuate magari da professionisti che temono di essere in futuro chiamati a rispondere per danni.

Qui si apre il capitolo della medicina difensiva.
Negli ultimi anni circa 255 persone sono venute a chiedermi un consiglio dopo una diagnosi ben precisa di malformazione. Le ho poste in un percorso di accompagnamento, di care, di vicinanza. Alcune malformazioni sono transitorie oppure si tratta di segni che non sempre corrispondono a malformazioni, o anche di polimorfismi non lesivi della vita e del benessere successivo del bambino. Talvolta manca l’esperienza da parte del medico, ma occorre anche mettere in conto l’esondazione della giustizia.

I medici vivono nella paura e ovviamente la medicina difensiva diventa aggressiva nei confronti della vita nascente per tutelare se stessi.

E in caso di feti terminali?
Alcune forme definite di terminalità del feto sono scientificamente infondate, create da pregiudizi sociali e manipolazioni culturali sfruttando l’ansia e l’ignoranza anche di alcuni medici e “obbligandoli” alla medicina difensiva. Così come alla domanda se un’infezione contratta o un farmaco assunto in gravidanza possano danneggiare il feto spesso non corrisponde una risposta esaustiva e non ci sono dati certi o sperimentali. Se il medico non ha la possibilità di documentare scientificamente la propria risposta il suo consiglio non sarà allora quello più giusto ma quello ispirato dalla necessità di cautelarsi nei confronti di eventuali rivalse risarcitorie.

È fortissimo il condizionamento cui è sottoposto il professionista. Messo letteralmente con le spalle al muro si sente quasi legittimato a dire alla donna di abortire e talvolta è lui stesso a facilitare questo percorso di morte.

Secondo lei, i consultori familiari hanno svolto la loro funzione?
Sono stati istituiti per essere luoghi di prevenzione dell’aborto aiutando la donna e rimuovendo le cause che potevano indurlo, invece sono diventati di luoghi di erogazione di certificati e di accompagnamento all’aborto stesso. Occorrerebbe monitorarli per verificare i livelli di consulenza e assistenza effettuata da medici, psicologi e assistenti sociali, ma

è soprattutto necessario un loro ripensamento generale, una riforma che li riporti alla loro vocazione di strutture orientate al sostegno alla genitorialità in difficoltà.

Un suo giudizio conclusivo sulla 194?
Una legge iniqua e applicata anche tramite alcuni inganni. Le donne vanno sostenute e occorre garantire loro anche il diritto di non abortire.

Media, social network e comunicazione in Italia. Rivoltella: “Troppe fonti di informazione producono disorientamento e non danno garanzie”

8 ore 32 min fa

“La moltiplicazione delle fonti di informazione non vuol dire necessariamente pluralismo”. Lo sostiene Pier Cesare Rivoltella, professore ordinario di didattica e tecnologie dell’istruzione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

In Italia il numero di persone che ha accesso a internet ha superato quota 43 milioni (73% del totale), mentre gli iscritti sui social media sono 34 milioni (57%). Come sta cambiando la comunicazione in Italia?
Il Paese è tra i primi al mondo come diffusione di smartphone, le percentuali di consumo internet sono sicuramente salite, ma manca ancora una cultura della Rete solida e diffusa, spesso il “saperci fare” viene confuso con la Media Literacy. C’è molto da lavorare.

E la metà circa di italiani che non frequentano i social? Sono esclusi dai processi comunicativi?
Il divario digitale ha contorni complessi, non si può ridurre all’asse nord-sud del mondo. Così

abbiamo sacche di divario anche da noi, spesso nelle stesse smart cities.

Penso alla popolazione anziana, o ai migranti.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

I quotidiani attraversano una crisi che non vede sbocchi, la televisione è ancora il medium con maggiore penetrazione ma gli investimenti pubblicitari sono in calo costante, la radio è l’unica che sembra tenere di fronte all’avanzata di internet. Che panorama mediatico dobbiamo aspettarci?
Il sistema dei media sta cambiando in profondità. Il tradizionale assetto dei media main stream non regge più. La scena è fatta da una comunicazione sempre più crossmediale e transmediale. Occorre ripensare in profondità il senso e i linguaggi dei vecchi media.

Il citizen journalism sta mutando (o uccidendo?) l’informazione così come si è strutturata in oltre un secolo di giornalismo?
Oggi l’informazione… non informa più. Le notizie arrivano prima. Il problema è che spesso anche il commento si sposta dalla pagina del quotidiano alla rete dei social o alla blogosfera. Anche in questo caso va probabilmente ridefinito il ruolo del giornale dentro il nuovo contesto comunicativo.

In un mondo in cui tutti possono dire la loro, si è davvero più liberi e informati?
No, perché

la moltiplicazione delle fonti di informazione non vuol dire necessariamente pluralismo.

Può invece produrre disorientamento, senza sottrarre la produzione di informazione al rischio del controllo, del pensiero unico, del modellamento.

I media possono essere considerati ancora soltanto degli strumenti?
Assolutamente no. Oggi i media sono per un verso sinapsi sociali, per l’altro tessuto connettivo che tiene insieme le vite nostre e delle organizzazioni.

I robot di Google studiano già i programmi scolastici dei bambini nei loro processi di apprendimento. Cambierà l’idea che abbiamo di uomo e di macchina?
Oggi viviamo nella terza età della mediazione tecnologica, quella in cui la tecnologia media tra tecnologia e tecnologia.

L’intelligenza artificiale sta modificando la relazione tra quello che è umano e quel che non lo è.

L’antropologia e l’etica non possono che essere in prima linea.