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Aggiornato: 30 min 40 sec fa

Papa Francesco all’udienza: “Il martirio è l’aria della vita cristiana”

3 ore 48 min fa

Fuori programma oggi in Aula Paolo VI. Dopo la catechesi e prima dei saluti in lingua italiana che come di consueto concludono l’appuntamento del mercoledì dei fedeli, il Papa ha applaudito divertito ad un’esibizione del Circo di Mosca, il “Great Moscow State City”, i cui giovani artisti e giocolieri hanno eseguito sul palco acrobazie ed evoluzioni, che Francesco ha seguito con interesse e visibilmente apprezzato. “Oggi nel mondo, in Europa, tanti cristiani sono perseguitati e danno la vita per la propria fede, oppure sono perseguitati con guanti bianchi, cioè lasciati da parte, emarginati”, l’appello centrale della catechesi, durante la quale il Papa – commentando il brano degli Atti degli Apostoli che narra di San Paolo prigioniero davanti al re Agrippa – ha fatto riferimento, fuori testo, all’udienza concessa prima dell’udienza generale, nella basilica di San Pietro, all’eparchia di Mukachevo di rito bizantino. “Come sono stati perseguitati, questa gente, quanto hanno sofferto per il Vangelo, ma non hanno negoziato la fede”, ha esclamato:

“Il martirio è l’aria della vita di una comunità cristiana.

Sempre ci sono i martiri tra noi, e questo è un segno che siamo sulla strada di Gesù”. Agli ucraini, venuti a Roma per festeggiare insieme con il successore di Pietro il 30° anniversario dell’uscita dell’Eparchia di Mukachevo dalla clandestinità, il “grazie” per la loro fedeltà durante la “lunga oppressione del regime sovietico”: “La Chiesa di Mukachevo è madre di tanti martiri, che con il proprio sangue hanno confermato la fedeltà a Cristo, alla Chiesa Cattolica e al Vescovo di Roma”, l’omaggio di Francesco, che ha citato il Beato Vescovo Martire Teodor Romža, ma anche “i vostri antenati, nonni e nonne, padri e madri, che nell’intimità delle loro case, e spesso sotto la sorveglianza del regime ostile, rischiando la propria libertà e la vita, hanno trasmesso l’insegnamento della verità di Cristo e hanno offerto alle generazioni future, di cui voi siete rappresentanti, un’eloquente testimonianza di fede salda, viva e cattolica”.

“Gesù è stato odiato dagli avversari”,

così come San Paolo, il paragone scelto per la catechesi. Luca evidenzia la somiglianza tra Paolo e Gesù, “entrambi odiati dagli avversari, accusati pubblicamente e riconosciuti innocenti dalle autorità imperiali”, in una Gerusalemme che è “città ostile” per entrambi, ha proseguito Francesco: “E così Paolo è associato alla passione del suo Maestro, e la sua passione diventa un vangelo vivo. Paolo è chiamato a difendersi dalle accuse, e alla fine, alla presenza del re Agrippa II, la sua apologia si muta in efficace testimonianza di fede”.

La fede per San Paolo non è “una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo”,

ma “l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore, è amore per Gesù Cristo”. “La testimonianza appassionata di Paolo tocca il cuore del re Agrippa, a cui manca solo il passo decisivo: ‘Ancora un poco e mi convinci a farmi cristiano!”. Paolo viene dichiarato innocente, ma non può essere rilasciato perché si è appellato a Cesare: “Continua così il viaggio inarrestabile della Parola di Dio verso Roma”, dove Paolo finirà incatenato e dove “appare agli occhi del mondo come un malfattore”. “Ma il suo amore per Cristo è così forte che anche queste catene sono lette con gli occhi della fede”, ha concluso il Papa: “Paolo ci insegna la perseveranza nella prova e la capacità di leggere tutto con gli occhi della fede”, di “essere fedeli fino in fondo alla nostra vocazione di cristiani, di discepoli del Signore”.

Piazza Fontana 50 anni dopo: il dovere di ricordare. Garzonio (giornalista), “violenza e fake news oggi minacciano la democrazia”

6 ore 18 sec fa

Tristezza, sgomento dolore. “Non eravamo preparati a tanta violenza”. Marco Garzonio, milanese, conosciutissimo in città come firma del Corriere della Sera, presidente della Fondazione Ambrosianeum, psicoterapeuta, all’epoca della strage di piazza Fontana aveva 30 anni. Conserva un ricordo lucido di quel 12 dicembre 1969 quando una bomba, esplosa nella sede meneghina della Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò la morte di 17 persone e 88 feriti. Milano in questi giorni sta ricordando il 50° anniversario della “madre di tutte le stragi” che sconvolsero il Paese per oltre un decennio secondo la cosiddetta “strategia della tensione”.

Cosa ricorda di quel giorno di cinquant’anni fa?
Era un periodo di grande impegno. Stavamo preparando un evento sulla cultura a Milano, che si sarebbe dovuto tenere il 13 dicembre. Allora ero alla guida dell’Ufficio stampa dell’Università Cattolica: il rettore Giuseppe Lazzati e il pro rettore Mario Romani avevano avviato una serie di iniziative perché l’Ateneo, oltre alla formazione dei giovani, fosse protagonista nel riportare la cultura al centro della vita del Paese, anche come risposta in senso costruttivo alle contestazioni studentesche del ’68 e alle manifestazioni dei lavoratori nell’“autunno caldo”. C’erano, al fondo, sollecitazioni che non potevano essere ignorate e che, ad esempio, avrebbero portato allo “Statuto dei lavoratori” del 1970. Ebbene, quel sabato avevamo in programma un evento di rilievo e io stavo operando per la sua buona riuscita. D’improvviso arrivò la notizia: morti, feriti, in principio si parlava dello scoppio di una caldaia… Poi la bomba. E le prime indagini, la vicenda di Valpreda e quella di Pinelli… Nessuno poteva immaginare una simile deriva violenta.

Quali sentimenti attraversarono la città e l’Italia?
Credo che fummo tutti spiazzati, dalle istituzioni, alla politica, alla gente comune. Si trattò di una bomba in ogni senso, che distrugge, uccide, spiazza, confonde. Non avevamo criteri di giudizio e metri di paragone per comprendere quello che avevamo sotto gli occhi e che ci avrebbe accompagnati per oltre un decennio: pensiamo alle tante altre stragi, all’Italicus, al rapimento e all’assassinio di Moro e della sua scorta, agli omicidi di Tobagi e Bachelet, ai “gambizzati” e ai morti tra forze dell’ordine, magistrati, sindacalisti, politici, giornalisti, esponenti dell’associazionismo. E Milano si trovò più volte al centro di tale violenza. Molti avevano anche pensato che il ’68 avrebbe potuto portate una ventata di rinnovamento nel Paese: la bomba di piazza Fontana fu un brusco risveglio.

Milano ricorda in questi giorni la strage e le vittime. Quale il senso della memoria?
Dobbiamo ricordare, è nostro dovere. Ricordare e imparare. I giovani e gli adulti di oggi hanno troppo facilmente dimenticato quella fase della nostra storia, e non solo quella. Invece la memoria ci aiuta a capire gli errori del passato, a evitarne di ulteriori, a costruire il futuro sulla base degli insegnamenti che ci giungono dal passato. Per cui – e lo dico anche da giornalista – al primo posto dovremmo mettere i fatti, il racconto di quegli anni che, con il terrorismo, segnarono nel profondo il Paese, seminando terrore. Abbiamo inoltre il dovere di comprendere la complessità dei fatti storici, legando assieme la cronaca, la politica, le trasformazioni sociali e del costume, i mutamenti avvenuti nel nostro Paese e nello scenario internazionale. Infine dobbiamo guardare all’oggi.

In che senso?
Basti pensare a quanto accaduto a Liliana Segre, agli attacchi che ha dovuto subire la senatrice a vita. Milano però ha risposto ieri con fermezza e dignità grazie alla “marcia” dei sindaci. Perché la violenza, il terrorismo, il razzismo, le discriminazioni sono fortemente presenti tra noi. Viviamo in una conflittualità permanente, alimentata ad arte da politici senza scrupoli con toni e linguaggi finiscono per minare la convivenza che è alla base della democrazia. Devono interrogarci la propaganda elettorale permanente, la violenza verbale e le fake news che passano grazie a un uso cattivo dei social, la scarsa volontà di mettersi in discussione credendo sempre di essere dalla parte della ragione. Tutto questo destabilizza le persone e disorienta l’opinione pubblica; le parole diventano a loro volta bombe contro la coscienza collettiva, il valore dello stare assieme da persone libere, le istituzioni. Dobbiamo contrastare una tale deriva e la cultura, la formazione, il dialogo rimangono antidoti preziosi che dobbiamo coltivare e promuovere senza mai stancarci. La cultura fa paura a chi scommette sull’ignoranza altrui.

La Fondazione Ambrosianeum ha in programma un evento il 12 dicembre. Ce lo può presentare?
Sì, la sera di giovedì 12 dicembre, alle ore 20.30 nella sala Falck della Fondazione, in via delle Ore 3 a Milano, a pochi passi da piazza Fontana, avremo il tradizionale concerto di Natale con musiche gospel. Le note e i canti saranno alternati da poesie pubblicate negli anni della Resistenza sulla rivista “Il ribelle”. All’odio, alle minacce, alle bombe si risponde con l’amore. Parole di pace e di fratellanza sgorgavano dai cuori dei giovani che si battevano contro il fascismo e per la libertà. Fra di loro c’era il nostro don Giovanni Barbareschi, “ribelle per amore”. Ebbene, sarà questo il nostro modo di ricordare la strage di piazza Fontana e di rilanciare termini quali cultura, fratellanza, solidarietà, fede.

Al via il nuovo corso Anicec. Corrado (Ucs): “La comunicazione sia pensata e faccia pensare”

6 ore 3 min fa

Un ambiente unico di formazione permanente che va oltre il semplice insegnamento a distanza sulle discipline della comunicazione. È il nuovo Anicec, promosso dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana. Ne parla il direttore Vincenzo Corrado, da pochi mesi alla guida dell’Ucs.

Come mai la scelta di rinnovare Anicec?
L’idea è venuta da un ascolto attento del territorio. Nei mesi scorsi, infatti, abbiamo raccolto diverse richieste di un impegno formativo che non fosse solo occasionale ma duraturo nel tempo e continuo nell’intensità. La risposta non poteva che essere quella di un rilancio sostanziale del percorso Anicec, che ha già una sua maturità e solidità.

Abbiamo, quindi, immaginato una piattaforma che fosse una prima risposta immediata alle domande che via via emergono e che possa anche essere alimentata dalla ricchezza di idee, progetti e proposte delle diocesi e delle associazioni.

La “creatività” messa in circolo può essere decisiva per una progettualità condivisa.

Perché la Chiesa italiana si occupa di formazione permanente nell’ambito della comunicazione?
La Chiesa è una comunità che cammina nel tempo e nella storia, condividendo – come insegna il Concilio Vaticano II – ansie e preoccupazioni degli uomini. Camminare è un impegno preciso e inderogabile, sinonimo anche di vitalità. Per farlo in maniera adeguata bisogna acquisire un valido bagaglio di conoscenze e competenze.

Il percorso non può che essere quello della formazione.

Ne parla diffusamente il Direttorio sulle comunicazioni sociali “Comunicazione e Missione”: la formazione “è certamente la scelta prioritaria che la comunità ecclesiale deve mettere in atto, in considerazione del nuovo clima culturale e in vista di una credibile opera di evangelizzazione. Se la comunicazione guarda tutta la comunità, la conseguenza è un impegno formativo rivolto a tutti i responsabili, sacerdoti e diaconi, religiosi e religiose, catechisti, animatori pastorali ed educatori. La formazione è la condizione di partenza per preparare operatori competenti ed efficaci”. È questa la chiave di volta del percorso Anicec: lo era prima e continuerà ad esserlo anche ora.

Oltre 3 milioni di post ogni minuto su Facebook, mezzo milione di tweet, 38 milioni di messaggi su Whatsapp. Che spazio di comunicazione c’è per la Chiesa in questo contesto?
Mi torna in mente il tema scelto da san Giovanni Paolo II per la XXXV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Predicatelo dai tetti: il Vangelo nell’era della comunicazione globale”. Spiegava Papa Wojtyla nel messaggio: “Oggi proclamare la fede dai tetti significa proclamare la Parola di Gesù nel mondo dinamico delle comunicazioni sociali e attraverso di esso”. E ancora: “La Chiesa non può non impegnarsi sempre più profondamente nel mutevole mondo delle comunicazioni sociali”. Nonostante il contesto sia radicalmente mutato in questi decenni, queste parole conservano tutta la loro freschezza.

Certo i numeri citati sono importanti, ma questo non deve distogliere il senso di una presenza che rimane quello di una comunicazione altra, che sia pensata e che faccia pensare.

Per questo è quanto mai necessario e urgente recuperare l’arte dell’educazione per una progettualità che non va assolutamente lasciata all’improvvisazione.

foto SIR/Marco Calvarese

Formare operatori della comunicazione competenti è, dunque, un modo di essere presenti nei nuovi spazi digitali?
Certamente! Ben vengano tutte le iniziative volte a una comprensione attenta e profonda di linguaggi che magari non sono i nostri e, forse, per qualcuno non lo saranno mai. La formazione a qualcosa che non si conosce non coincide con la ricerca e l’utilizzo di nuovi codici interpretativi o di espressioni linguistiche più in voga.

Non è l’applicazione di hashtag particolari per entrare nei trend topic delle vite altrui. Non è neppure una semplice operazione culturale.

Si tratta, invece, di una scelta di campo che presuppone il raccordo tra il comunicare, il pensare e il vivere ciò che si comunica. È questo che fa la differenza tra una presenza attiva e una presenza passiva.

Sinergia è la parola chiave anche del nuovo corso Anicec: la Chiesa italiana vuole parlare con una sola voce?
Più che una funzionalità vocale, la sinergia indica uno scenario e un contesto. Papa Francesco, nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali del 2019, utilizza la metafora del corpo e delle membra, tratta da san Paolo, per porre l’accento tra l’altro sulla nostra identità. Questa, ricorda Francesco, “è fondata sulla comunione e sull’alterità”. Se letta in questo modo, la sinergia acquista un sapore particolare.

La Chiesa, nelle sue multiformi espressioni, parla già con una sola voce polifonica.

I linguaggi possono essere diversi, propri di ciascun media, ma tutti seguono lo spartito della comunione ecclesiale.